“Il coraggio di essere donna” (De Nigris Editore), è il volume della giornalista e conduttrice Mariù Adamo. Protagonista al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scorso maggio, è stato presentato ufficialmente presso la Sala Caduti di Nassirya del Consiglio Regionale della Campania. Il progetto, nato da una esigenza umana, oltre che giornalistica, si pone l’obiettivo di dar spazio alle donne, attraverso le loro esperienze di dolore, affinchè si crei una forte e potente spinta generativa, che stimoli una importante e strutturata riflessione corale. Quattordici storie, narrate da protagoniste – sportive, artiste e madri, che conoscendo l’abisso della sofferenza hanno attraversato il percorso della resilenza trasformandola in forza e resistenza. Un focus fondante, che accende ulteriori i riflettori sulla violenza di genere, ambigua e trasversale, e che grazie alla valente forza empatica della scrittrice, ci raccontano anche di momenti profondamente toccanti e ricchi di sensibilità. Parallelo all’impegno letterario, il volume cammina sulla forza propositiva e concreta ( sottoposta a livello istituzionale), di istituire per il 17 Maggio una giornata regionale dedicata al “Coraggio di essere donna”.
Nel tuo libro “Il coraggio di essere DONNA” racconti esempi di donne straordinarie che hanno superato ostacoli apparentemente impossibili. Come hai strutturato il lavoro di confronto e composizione delle varie storie?
“Il coraggio di essere donna” non nasce come un progetto editoriale. Nasce molto prima, da un’esigenza giornalistica ma, prima ancora, umana.
Quando ho ideato il format televisivo Casa Mariù, ho sentito il bisogno di dedicare uno spazio alle donne. Non volevo raccontare la donna in senso astratto né fermarmi ai fatti di cronaca. Desideravo creare un luogo in cui chi aveva attraversato esperienze profondamente dolorose potesse raccontarsi e trasformare la propria storia in una testimonianza capace di parlare anche agli altri.
Le protagoniste le ho incontrate nel mio territorio, la Campania. Alcune avevano già incrociato il mio percorso professionale, altre erano storie che mi avevano profondamente interrogata anche come donna. Le considero straordinarie non perché siano eroine irraggiungibili, ma perché hanno saputo affrontare prove eccezionali con una forza che ha trasformato il dolore in consapevolezza e la sofferenza in un messaggio di speranza. La straordinarietà, a mio avviso, non appartiene alle persone, ma al modo in cui scelgono di attraversare ciò che la vita mette loro davanti.
Il mio lavoro è stato soprattutto quello dell’ascolto. Non volevo limitarmi a raccogliere testimonianze: desideravo entrare, con rispetto e delicatezza, nella loro vulnerabilità, costruendo un ponte tra le loro parole e chi, attraverso la televisione prima e il libro poi, avrebbe incontrato quelle vite.
È stato un percorso maturato nell’arco di due anni di lavoro, ricerca e ascolto, durante i quali ho avuto l’opportunità di incontrare tante donne e altrettante storie di vita.
Ascoltandole, mi sono resa conto che esisteva un filo invisibile capace di unirle tutte. Cambiavano le esperienze, le età e i percorsi, ma ognuna aveva trovato il coraggio di non lasciare che la propria ferita diventasse la propria identità. È lì che ho compreso che la vulnerabilità non è il contrario della forza: molto spesso ne rappresenta l’origine.
Solo in un secondo momento è nato il libro. Ho sentito che quelle testimonianze meritavano un tempo diverso da quello televisivo. La televisione ha la forza dell’immediatezza; la scrittura, invece, permette di sostare, riflettere e ritornare sulle storie. Come giornalista ho raccolto le loro voci; come autrice ho sentito la responsabilità di custodirle e trasformarle in una memoria condivisa.
In fondo, ciò che accomuna tutte le protagoniste non è soltanto il dolore vissuto, ma la scelta di attraversarlo senza permettere che le definisse. È per questo che credo che il coraggio non sia qualcosa che andiamo a cercare. Molto spesso è il coraggio a trovare noi, quando la vita ci pone davanti a prove che non avremmo mai scelto e che, proprio attraversandole, finiscono per rivelarci chi siamo davvero.
La condivisione dei racconti e delle storie ha avuto anche una forte valenza emozionale. Che percezioni, a livello umano, hai ricevuto dalle protagoniste?
Ogni donna che ho incontrato mi ha lasciato qualcosa. Credo che questo sia inevitabile quando si ascolta una storia con autenticità. Se scegli di entrare, con rispetto, nel dolore di un’altra persona, quella storia finisce inevitabilmente per trasformare anche te.
La percezione più forte che ho ricevuto è stata la straordinaria capacità dell’essere umano di ricominciare. Ho incontrato donne che avevano conosciuto la violenza, il lutto, la malattia, la perdita o profonde ingiustizie. Eppure nessuna di loro ha scelto di restare prigioniera della propria sofferenza. Ognuna, con tempi e percorsi diversi, ha trovato il modo di restituire un senso alla propria esperienza.
Questo mi ha insegnato che il dolore, pur non potendo essere cancellato, può essere attraversato e trasformato. Non perché smetta di esistere, ma perché può diventare una risorsa capace di generare consapevolezza, vicinanza e persino speranza per gli altri.
Un’altra lezione preziosa è stata il valore dell’ascolto. Viviamo in una società che spesso offre risposte prima ancora di concedere il tempo di raccontarsi. Invece ho scoperto che, molto spesso, la forma più autentica di vicinanza consiste semplicemente nell’esserci: ascoltare senza giudicare, accogliere senza interrompere, lasciare all’altro lo spazio per ritrovare la propria voce.
Questa esperienza ha cambiato profondamente anche il mio modo di vivere il giornalismo e la scrittura. Mi ha ricordato che dietro ogni notizia esiste una persona, e che il compito di chi racconta non è soltanto informare, ma custodire con responsabilità la dignità di chi affida la propria storia.
È questo, forse, il dono più grande che ho ricevuto da queste donne: aver compreso che una testimonianza non appartiene mai soltanto a chi la racconta. Quando viene condivisa con sincerità e trova qualcuno disposto ad ascoltarla, diventa un patrimonio collettivo, capace di generare consapevolezza, empatia e nuove possibilità di rinascita.
Sergio Cimmino
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