E se le certezze che abbiamo nella nostra vita scomparissero, lasciando il posto all’incertezza di una strada tracciata ma non più visibile? È da questo momento di riflessione, profondo, che prende vita “Dal punto in cui il sentiero scompare” (Baldini + Castoldi), il romanzo d’esordio di Adriana Parrella.
Operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere, con anni di esperienza nei teatri di crisi di tutto il mondo, l’autrice intreccia la propria memoria vissuta alla narrazione di Amaranta, una giovane donna in fuga dal dolore che ritrova se stessa tra le ferite e la bellezza della Repubblica Democratica del Congo. Un racconto che sfida l’aspetto eroico delle tante operatrici e operatori umanitari, mettendo in risalto gli sforzi di ogni figura per arrivare al processo di umanizzazione e condivisione nei confronti di chi soffre, nonostante tutto “bruci” intorno e la tirannia delle guerre produca solo morte e distruzione. Un excursus letterario, che vuole valorizzare l’entità della progressione, sostituendo quella della perfezione, ricordandoci che ogni essere umano è frutto di moltitudini, di esperienze e quindi di innumerevoli intrecci culturali, oltre ogni egoismo e decadimento umano e sociale.
Dottoressa Parrella, come nasce in maniera letterale il personaggio di Amaranta?
Il personaggio di Amaranta nasce per sfidare l’aspetto “eroico” che talvolta si attribuisce alle operatrici e agli operatori umanitari: ho voluto dare vita a una protagonista che avesse paura, ma che ne fosse consapevole e cercasse di viverle accanto senza che questa diventasse invalidante.
Ho voluto quindi rendere onore a tutti gli sforzi che ciascuna e ciascuno di noi compie quando cerca di realizzare qualcosa, “nonostante”: nonostante sia difficile, nonostante le nostre emozioni siano contrastanti, nonostante il percorso sia fatto di alti e bassi. Con la segreta speranza che qualcuna, riconoscendosi nell’umanità della protagonista, possa capire che certe volte la progressione è più importante della perfezione.
Inoltre, Amaranta si lascia “contaminare” culturalmente ed intellettualmente dalle persone che incontra e dalle cose che vede: è questo che la costruisce. Amaranta ci ricorda quindi che ogni persona è prodotto delle esperienze che fa e delle interazioni che ha: in questo senso ognuna di noi è moltitudine, ed è importante ricordarlo in una società che spinge verso l’individualismo e l’entropia.
L’empatia e il senso di aiutare il prossimo nascono da un’esperienza nel Parco Archeologico di Pompei dove, nel suo libro, lavora la madre di Amaranta. Come ha collegato il tutto?
Questo nasce da un’esperienza autobiografica, in quanto da bambina avevo l’occasione di visitare spesso il Parco Archeologico di Pompei: mia madre lavorava lì. Nell’Orto dei Fuggiaschi vedevo i calchi delle persone colte dall’eruzione negli ultimi istanti della propria vita, e le loro posizioni – la vicinanza che avevano con gli altri corpi, cui erano spesso abbracciati – suscitava in me una grande emozione.
L’eruzione del Vesuvio fu una catastrofe naturale e la certezza dell’impermanenza mi ha sempre accompagnata. Da lì nasce anche l’idea che si debba agire; l’empatia combinata con l’azione sono due elementi che accompagnano anche il lavoro umanitario. In quest’ambito ciascuna, senza l’altra, rischia di essere sterile in un caso o miope nell’altro.
La decisione di ambientare il suo romanzo proprio nella Repubblica Democratica del Congo da cosa nasce?
Qui ho due risposte. La prima è che da operatrice umanitaria sono stata con Medici Senza Frontiere in Repubblica Democratica del Congo e, nonostante avessi lavorato in altri progetti prima di allora, fu quella volta che vidi cosa fosse un ospedale prima e dopo che MSF lo prendesse in carico, rendendomi conto dell’enorme efficacia del nostro lavoro. Il giorno in cui andammo in visita per capire se il nostro intervento fosse necessario, in un paio d’ore di permanenza assistemmo al decesso di un ragazzino e di un bambino a causa della malaria. A pochi mesi dal nostro intervento, eravamo riusciti a curare mille bambini.
La seconda è che la Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi che ha patito in modo più eclatante il colonialismo e persino le ingerenze di certi Paesi del Nord globale durante la sua indipendenza, avvenuta in piena Guerra Fredda. In un momento in cui certe forme di colonialismo sono nuovamente alla ribalta, sentivo che fosse importante riconoscere tali dinamiche di sfruttamento sistematico, economico e territoriale – anche perché sullo studio del colonialismo, in Italia, ci si sofferma solitamente pochissimo.
Lei vanta una vasta esperienza in ambito umanitario e sociale: ci racconta la diversità delle problematiche nei vari contesti che ha vissuto?
Effettivamente in ogni viaggio ho avuto l’occasione di confrontarmi con tematiche diverse.
Repubblica Centrafricana: siamo davanti a una cosiddetta “crisi dimenticata”, una situazione cioè di cui si parla pochissimo sebbene gli indicatori di mortalità siano da circa cinquant’anni quelli dell’emergenza. Lì ci trovammo ad affrontare la malnutrizione, soprattutto in età pediatrica, e ci occupavamo di chirurgia di guerra, trovandosi il Paese in un perdurante conflitto armato.
Haiti: mi trovai, due anni dopo il terremoto, a sostenere le attività di una maternità e di un centro di trattamento del colera, un’epidemia che correva rapida anche a causa dell’ancora altissimo numero di sfollati. MSF creò allora un ospedale modulabile con tende e container, anche perché molti pazienti erano terrorizzati all’idea di trascorrere del tempo all’interno di strutture che potessero crollare loro addosso.
Siria e Territori Palestinesi Occupati: molte delle tematiche inerenti alla Repubblica Democratica del Congo sono narrate nel libro. In Siria la tematica centrale era la guerra; nei Territori Palestinesi Occupati, dove mi sono recata con un’altra organizzazione, le problematiche erano legate alla distruzione delle infrastrutture, al blocco navale e al divieto di far entrare nella Striscia di Gaza prodotti considerati “double use” (ovvero passibili di essere utilizzati come componenti per esplosivi o armi, ma che erano in larga parte necessari alla vita quotidiana, come saponi, fertilizzanti, ecc.). Ciò di fatto limitava e limita di molto la dignità e la capacità di sostentamento della popolazione.
Le catastrofi umanitarie sono figlie di oltre 54 conflitti in tutto il mondo. Qual è il ruolo di MSF oggi per attutire le sofferenze di chi soffre?
Medici Senza Frontiere, forte della sua grande esperienza, interviene anche in situazioni di catastrofe naturale o di epidemia. Detto ciò, la sua neutralità e la sua indipendenza economica sono ancor più preziose nei contesti di guerra e di conflitto armato, perché ci consentono di intervenire dove crediamo opportuno, combinando l’azione medica con quella di testimonianza.
È facile supporre che sia anche a causa della seconda se a livello globale lo spazio umanitario è sempre più ristretto: sempre più spesso questo accesso ci viene negato o limitato in modo pretestuoso, per non parlare degli ignobili attacchi agli ospedali e al personale sanitario, in piena violazione di quanto prescritto dal Diritto Internazionale Umanitario, dove le vere vittime sono, come al solito, i bambini, le donne, gli anziani e gli uomini che costituiscono la popolazione civile. Eppure, noi non ci fermiamo.
Le crisi si intrecciano spesso con le emergenze sanitarie, come in Palestina, Sudan, Congo e in tanti altri contesti. Qual è la sua testimonianza da operatrice sul campo?
In contesti di crisi, soprattutto in Paesi a basse risorse o vessati da conflitti armati che perdurano da tempo, gli Stati difficilmente riescono a garantire un’assistenza sanitaria sufficiente alla popolazione, per le ragioni più svariate.
Dopo un terremoto, ad esempio, l’accesso all’acqua potabile può essere difficile; le persone riunite in campi sfollati improvvisati possono avere difficoltà a lavarsi e a preparare correttamente gli alimenti, e le falde acquifere contaminate possono a loro volta favorire il propagarsi delle malattie. Diverso è il caso dei conflitti armati: nella Striscia di Gaza, per esempio, la carestia è stata completamente artificiale e provocata; in altre situazioni l’uso della forza in violazione del diritto internazionale si converte in arma di guerra, come nel caso della violenza sessuale proprio nella Repubblica Democratica del Congo.
Crede che ci sia una drammatica assuefazione ai tanti conflitti moderni e che il valore della vera umanità si stia smarrendo?
Questa è una domanda retorica e sì, lo credo. Penso tuttavia che la flagranza delle ingiustizie perpetrate a Gaza, la propaganda bellicista cui siamo continuamente sottoposti, il silenzio della stampa su certe tematiche, la crisi climatica e la disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze — sempre più drammatica, evidente e in certi casi persino grottesca — stiano lentamente generando un tale effetto di disgusto nella popolazione civile da renderla più attiva, come è stato nel caso delle recenti manifestazioni contro la guerra.
Come raccontato nel libro rispetto ad altri temi, il riconoscere che stia succedendo qualcosa che non ci piace (ne Il punto in cui il sentiero sappeara, per la protagonista è il soffrire) non è gradevole; ma farlo è l’unico, primo passo possibile per iniziare a costruire un futuro diverso.
Sergio Cimmino
Radio Siani la radio della legalità