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Segreti di famiglia

Isabelle, fotografa di fama internazionale, è mancata da tre anni. Suo marito e i suoi figli ne vivono il ricordo; ma dovranno confrontarsi con le verità sulla sua morte. Come al solito, tra gli scampoli di fine stagione, un film strano e intrigante: che non ha convinto molta critica, soggiungo. Ma che, invece, ha diverse ragioni per essere visto. Diretto dal regista danese, ma formatosi ad Oslo, Joachim Trier, parente alla lontana del più famoso Lars Von Trier, ma col quale non ha alcun legame di consonanza culturale, è una coproduzione franco-norvegese-danese-usa (2015). Esso si basa sulla presenza/assenza della madre, una donna forte e volitiva che ha anteposto la passione per la sua professione, alla cura della famiglia. E che probabilmente ha condizionato il marito a lasciare il mestiere di attore, facendogli fare l’insegnante in una high school (un liceo), per farsi carico dei due figli: uno, trentenne e avviato alla carriera universitaria, che però fatica a rendersi pienamente conto del suo essere da poco padre; l’altro adolescente ancora e dolorosamente in cerca di sé. Isabelle è vista in incisivi flash back: quelli che servono a farci comprendere pienamente, e a farci apprezzare, l’intensa qualità del suo fare fotografia. Di come riusciva a mettersi in comunione profonda con gli uomini e le donne delle crisi umanitarie, guerre e sciagure varie in ogni dove nel mondo, che riusciva a ritrarre con il giusto equilibrio tra attenzione, rispetto e drammatizzazione. Il suo essere “occhio”, acuto e implacabile, l’ha portata, tuttavia, ad una totale, drammatica, devastante spersonalizzazione: la sua persona era diventata un simulacro ambulante di ciò che “vedeva”: uno specchio mille volte riflettente di cose, figure e uomini, che l’”attraversavano”. Ma lasciandole dentro il nulla: lei non “era” più. Ad un certo punto del film assistiamo ad un intenso, densissimo primissimo piano del volto della protagonista. Pieno di solitudine e di sofferenza. Avvertiamo il suo annaspare nel vuoto affettivo che si stava, pneumaticamente, allargando nel suo cuore. Mentre rincorreva, e cercava di riprendere, il profondo della storia, impoveriva e rendeva superficiale il suo appartenere alla famiglia. E quanto più imparava a guardare fuori di sé, tanto più perdeva la capacità di guardare dentro di sé.  Ad un certo punto dichiara, riferendosi ai suoi familiari: “Non è che non li ami, ma mi accorgo che la loro vita va avanti senza di me”. Ed il manifesto del film, nel suo proporci le immagini “tagliate” dei quattro protagonisti, con al centro quella della protagonista, rende graficamente e lucidamente il senso tematico del film. Chiaramente solo una grande attrice come la francese Isabelle Huppert poteva sostenere una complessità di questo genere. E’ fortemente presente tra il ricordo e il senso di una crescita che sta avvenendo in sua assenza. Questa ricerca dell’umanità e l’affettività per la famiglia, tenuta in sordina, è il senso della ricerca dei tre personaggi che ruotano intorno a lei, della presenza che devono mantenere e contemporaneamente superare, se vogliono crescere. Devono distaccarsi da lei. E lo faranno proprio quando comprenderanno senza infingimenti, guardandola direttamente negli occhi, quella solitudine in cui si era chiusa: e comprenderanno i modi del dramma e delle relazioni di Isabelle. Stiamo nel più pieno mélo: non c’è dubbio. Ma il film procede su questa strada con chiarezza, coerenza, e adeguata consapevolezza. L’integrità autorale che lo caratterizza è per l’appunto questa netta scelta di registro narrativo. Non è un procedere alla Douglas Sirk, o di altro autore hollywoodiano; oppure ancora di un Almodòvar: in questo film non c’è l’empito dell’effusione dei sentimenti, che esprime con una partecipazione liberatoria, una dimensione che “recupera” e rende vivibile un passato altrimenti insopportabile. Esso appartiene a quel tipo di sensibilità scandinavo, più che propriamente europeo, che indaga con una lucidità esemplare sul conflitto preso in esame: in particolare ne coglie il riflesso relativo a quella quota parte di “colpa” che ogni singolo personaggio ritiene di doversi addossare rispetto alla compiutezza di un’analisi rigorosa e spietata su di sé. Ognuno si addossa la responsabilità condivisa della assenza della madre: perfino il ragazzino, l’adolescente che più di tutti soffre per la traumatica e drammatica mancanza della madre. Così preso dalla rabbia dell’assenza, che non riesce a cogliere come, attraverso l’infinita, paziente disponibilità del padre, con cui violentemente confligge, nei suoi, come anche nei confronti della moglie, si stia realizzando la più matura, consapevole elaborazione del lutto; che affronta con serenità, ma anche con generosa e oggettiva onestà le ragioni dell’abbandono della madre. Però questa attitudine al confronto serrato sulle ragioni dell’abbandono, ha spiazzato critici e spettatori: che hanno colto solo l’aspetto iniziale e di preparazione alle ragioni culturali e di metodo del procedere narrativo del regista, anche sceneggiatore, e del suo abituale cosceneggiatore Eskil Vogt, che ha caratteristiche di originalità. Anche perché gli autori non danno un finale consolatorio: si vede solo che l’auto che li ospita prende una via diversa da quella che ci si aspettava. Il processo di crescita, in altre parole, solo loro stessi, insieme, potranno riprenderlo, avendo superato e fatta propria, non accantonato o dimenticato, la complessa personalità della loro madre, le sue sofferenze, le sue grandi generosità; ma anche i suoi limiti. A me ha molto colpito la performance del giovane attore statunitense Devin Druid che interpreta Conrad, l’adolescente: il suo volto, nell’apparente immobilità, esprime con finezza e dolorosa cognizione tutti i passaggi del suo essere adolescente. La fotografia dello svedese Jacob Ihre, che ha lavorato tra le due rive dell’Atlantico, aggiunge una luminosità lucida e razionale ad una New York che diventa fredda e distaccata: solo nella casa “abitata” da tutti della famiglia (memoria e foto della madre comprese) si anima e diventa calda e accogliente.

Francesco Capozzi

 

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