Agorà, acropoli e arena

Scritto da  Pubblicato in Kronos e Kairòs Giovedì, 17 Novembre 2016 15:47

Nell’antica Grecia, l’agorà, la piazza, costituiva un luogo privilegiato d’incontro, di confronto democratico, di laboratorio dal basso, in competizione e a volte anche in contrapposizione con l’acropoli, che costituiva la sede del potere e del governo. In effetti, una costruttiva dialettica politica veramente democratica dovrebbe costruirsi sull’incontro/confronto tra rappresentanti e rappresentati, tra politica e cultura, tra coloro che gestiscono la cosa pubblica e quella specie di araba fenice, od oscuro oggetto del desiderio, tra lo sfuggente e l’indefinibile, che è la società civile.
Tuttavia non si può negare che sia la politica che la società sono profondamente in crisi a tutti i livelli. Sia l’acropoli che l’agorà sembrano gusci vuoti o luoghi deserti, mentre sembra prevalere solo l’arena dei gladiatori come luogo di scontro, spazio della competizione aggressiva tra interessi particolari e dove la globalizzazione dell’economia libera totalmente la macchina tecnologica e assorbe la stessa categoria del politico. Questa crisi del politico, vista dall’alto si manifesta come sottomissione degli apparati degli stati alle costruzioni della tecnoeconomia, attraverso, per esempio, le “indicazioni” (eufemismo per “dire” le imposizioni) della Banca Mondiale (B.M.) o del Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) o dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (O.M.C.); mentre dal basso comporta il crollo del sociale attraverso la manipolazione delle persone: in fabbrica, in ufficio, sul mercato, nella vita quotidiana, il cittadino è diventato un agente di produzione, un consumatore passivo, un elettore manipolato, un utente dei servizi pubblici, una rotella dell’ingranaggio di questa macchina tecnica e burocratica.
La conseguenza per la democrazia, a mio avviso, è che quest’ultima sta diventando sempre più un puro “flatus vocis”, sia all’interno dei singoli stati sia sul piano internazionale. I centri decisionali del potere non risiedono più negli stati sovrani e nelle sedi politiche, bensì nei centri impersonali dell’economia. Questa globalizzazione, che investe soprattutto il campo economico, mediante la rivoluzione informatica ha operato una concentrazione economica e la finanziarizzazione dell’economia come processo di accumulazione di enormi quantità di ricchezza svincolata da beni tangibili e concreti.
I rischi sono evidenti e le conseguenze si sono viste nell’attuale crisi economica: la concentrazione del potere finanziario e un’economia finanziaria senza regole che favoriscono i più forti e i più potenti; un’informazione concentrata e controllata; l’omologazione culturale del pensiero unico; l’aumento del divario Nord-Sud del mondo e, trasversalmente, anche all’interno del Nord che vede il moltiplicarsi delle sacche di povertà interne; lo scollamento dell’economia dalla politica e di entrambe dall’etica.
L’inafferrabilità dei centri di potere reali, insieme al diffuso inquinamento burocratico affaristico dei soggetti politici istituzionali, allontanano progressivamente il cittadino dalla partecipazione politica.
In un libro di non molti anni fa (La paura e l’arroganza, Laterza, Roma-Bari 2002), lo storico Franco Cardini parla di “post-democrazie” , nelle quali anche la libertà come fatto individuale sta morendo, condizionata e svuotata dai mass-media , dall’imposizione delle “mode”, dallo smarrirsi del senso dello stato e del limite. Il tutto attraverso una sorta di eutanasia per cui il cittadino occidentale, ridotto a consumatore, abdica alla sua libertà “sentendosi libero”.
Il tentativo di creare un pensiero unico e omologante che tende a presentare la realtà attuale come il migliore dei mondi possibili su fonda su un presunto primato dell’economia sulla politica, in nome di un realismo e di un pragmatismo derivanti dalla convinzione che il capitalismo non ha alternativa essendo lo stato naturale della società. Il sistema economico mondiale deve pertanto sbarazzarsi di ogni vincolo sociale perché l’economia è sovrana e qualsiasi riferimento a regole apparirebbe un regresso. In nome di una presunta razionalità economica si opera uno sganciamento dalla razionalità etica e la corsa dell’economia entra inevitabilmente in rotta di collisione con la dignità della persona umana. La prospettiva dell’avere, contrapposta all’essere e al pensare porta ad una deresponsabilizzazione di ogni soggetto per ogni iniziativa e ad una perdita sostanziale delle diversità e delle molteplicità.
Infine, sul piano pedagogico, si corre il serio rischio che l’azione educativa diventi del tutto subalterna alla ragione strumentale, al pensiero calcolante, alle leggi del mercato e delle nuove tecnologie della comunicazione multimediale. Formando le persone principalmente in funzione del mercato, valorizzando la competizione e la meritocrazia a scapito della cooperazione e della solidarietà, non si fa altro che sottrarre occasioni di crescita nella libertà e di valorizzazione autentica della persona e della sua dignità; se non si opera un cambio di rotta, la globalizzazione riduce, di fatto, gli spazi della democrazia, del pluralismo e della creatività. Gli stessi educatori corrono il rischio di essere trasformati in semplici “replicanti” e l’educazione, anziché operare come forza critica di liberazione e di crescita democratica delle coscienze, si appiattisce in una passiva e ideologica funzione di legittimazione del sistema globale.
Tuttavia, non siamo senza speranza, ed è stupido, dannoso e peccaminoso accettare o subire passivamente questo tipo di globalizzazione.
Ci sono due immagini particolari che possono rendere l’idea di un cambiamento possibile e doveroso: i fili lillipuziani e la sabbia negli ingranaggi. Di fronte al gigante Gulliver della globalizzazione è possibile attuare una strategia lillipuziana, la resistenza al pensiero unico, recuperando i valori della cultura locale, rinforzando le identità e la memoria storica, costruendo reti di cittadinanza attiva sul territorio. Il missionario comboniano Alex Zanotelli invita ad usare le fionde di Davide che stringiamo nelle nostre mani e a reagire come gli abitanti di Lilliput contro il “predone” Gulliver; Serge Latouche invita a costruire isolotti di resistenza in un pianeta di naufraghi dove la Megamacchina del mercato mondiale rischia di travolgere tutti. Un granello di sabbia nell’ingranaggio è in grado di far saltare i meccanismi delle macchine più perfette.
Dunque strategia lillipuziana o globalizzazione dal basso vuol dire che le forze del cambiamento sono nelle nostre mani e che tutti siamo protagonisti, riappropriandoci di una democrazia solidale, agendo in rete, unendo i luoghi, le forze e i gruppi, facendo crescere una società civile transnazionale che sia capace di futuro e globalizzando la solidarietà.
Prima di tutto è necessario informare e formare, educare al pensiero divergente, autonomo e creativo, alla resistenza, alla coscienza civico-politica attraverso pratiche non violente di cittadinanza attiva, dando corpo a nuovi stili di vita improntati alla sobrietà. Agire localmente pensando globalmente, educandosi alla mondialità, valorizzando identità e diversità ed un comportamento improntato al principio della responsabilità: agire nel presente con la coscienza di essere responsabili del futuro del mondo e che solo l’amore costruisce, mentre l’odio e la violenza non servono che a distruggere.
Sul piano locale solo la mobilitazione, l’incontro e il serio impegno delle forze sane può evitare il precipizio e permettere il salto in alto di qualità per il riscatto della città e dei cittadini, di tutti e di ciascuno. Ciò significa operare un recupero prima di tutto di carattere etico affermando un’etica della socialità contro la politica dell’interesse privato, un’etica delle legalità contro ogni tipo di abuso e malaffare, un’etica della solidarietà contro l’economia del profitto, dei privilegi e “dell’imperialismo internazionale del denaro” (Paolo VI). La politica deve convertirsi e diventare mediazione, ricerca di solidarietà, collaborazione costruttiva, essere di alto profilo morale ma, al tempo stesso deve procedere rasoterra tra i problemi della gente e del suo tragico quotidiano.
I temi concreti e urgenti della politica sono ormai quelli della qualità della vita, della preservazione degli equilibri ambientali, della questione giovanile, della manipolazione genetica, del diritto alla vita, della salute fisica e mentale, dell’accesso equilibrato a tutti i beni del creato e dell’esistenza civile per tutti, dall’istruzione e dalla cultura al lavoro, dal cibo alla casa alla sicurezza sociale, dalla famiglia all’integrazione interculturale. Bisogna saper interpretare le reali esigenze che salgono dai popoli e dalla società, farne programmi e azioni di intervento, atti di governo, di legislazione, di amministrazione, secondo i parametri della giustizia e della solidarietà. Ciò significa anche educarsi a un nuovo modo di fare politica, riscoprire il dialogo quale sola dimensione possibile di incontro costruttivo, mettersi in atteggiamento di promozione, di ascolto e disponibilità nei confronti della cittadinanza attiva per migliorare la società. Su questo terreno diventa possibile l’incontro anche tra forze di estrazione diversa, ma che abbiano come fine la promozione della dignità e del valore della persona umana.

Prof. Francesco Accardo

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