La paranza dei bambini

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Lunedì, 04 Marzo 2019 17:11

Napoli, Rione Sanità: sei ragazzini vogliono emulare, per gioco, per dissennatezza, pigrizia, mancanza di modelli alternativi, quei criminali dei clan, i cui capi sono o defunti, o in fuga o in galera. Il film (ITA, 219) è tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, che l’ha sceneggiato insieme al regista, Claudio Giovannesi e a Maurizio Braucci, “pluridecorato” sceneggiatore del nostro cinema e che ha già lavorato con Saviano.

Presentato a Berlino 19, proprio per la sceneggiatura, ha ottenuto un importante riconoscimento. La prima da dire è che “non è” un Gomorra dei bambini: nel senso che Saviano non scimmiotta se stesso, né il film né la Serie. Il taglio, l’attenzione e perfino lo stile adottato sono del tutto diversi. Qui è di scena l’attenzione ai bambini. Al di là e all’interno della registrazione drammatica dei fatti della cronaca, che vedono delle gang di ragazzini compiere azioni criminali da clan, il film si domanda come è possibile che ciò avvenga. Quali sono le spinte e le motivazioni che operano? Il film è opera di fantasia. Non dà e né vuole farlo, spiegazioni sociologiche. Esse sono comunque profondamente e realisticamente implicite nei comportamenti singoli e collettivi dei bambini.

 

Chi sono? Figli del quartiere che hanno assistito all’ascesa e alla caduta di importanti Famiglie criminali: che per la fantasia collettiva infantile erano gli eroi del gioco della “guerra fina”, il gioco-finzione di gruppi con ruoli e giocattoli appropriati dell’epica dell’avventura: quando eravamo bambini noi, i modelli erano, implicite o esplicite, le epopee eroiche dei fumetti di Capitan Miki e del Grande Blek o di Tex Wiler. Ora invece per i ragazzini di Sanità, almeno quelli che girano nell’orbita diciamo così culturale delle gesta dei clan, il nuovo eroe-mito è Emanuele Sibilio, un ragazzino, leader naturale divenuto boss a 17 anni, e fatto fuori a 19 nel 15, e divenuto leggenda ed esempio: perciò i tatuaggi con ES17, che è anche il titolo di un interessante film di realtà sull’argomento.

 

Questa è l’atmosfera di cui ci parla il film. Questi i punti di riferimento. Ed è ancora una volta del tutto fuorviante confondere i livelli della riflessione artistica con quelli della pubblica morale: additando questi film come delle palate di fango con cui sparlare della città. Invece bisogna parlarne e riflettervi. Perché sono dati documentati: che però hanno un impatto ancora più forte e coinvolgente grazie all’arte e al talento. La qualità narrativa che accompagna il film è tutta fondata sulla sensibilità che filtra il viaggio di questi bimbi: essi non sono mai negati per quello che sono, al fondo e malgrado tutto: dei bambini vittime. Gli autori non dimenticano mai, anche quando si danno a crimini efferati, che hanno dentro di loro una scintilla di umanità e di innocenza.

 

Può sembrare assurdo: ma l’analizzare i loro volti, il vederli alle prese con gli universi adulti, che loro vorrebbero scimmiottare, è sempre posto in una prospettiva come di un gioco che vivono tutti insieme come in una specie  di grande festa perpetua quotidiana di affetto e di amicizia. Del resto quali sono gli adulti di riferimento in famiglia? Sembrano non esserci padri, se non le figure dei boss, come quella di Renato Carpentieri; le madri sono amorevoli e perfino sospettose di questo benessere improvviso: ma alla fine “si stanno”, si acconciano in nome di una limitata consapevolezza, a questa situazione, in fondo “comoda”. E’ inutile dire come tutte queste attente notazioni sono tangenziali: perciò profonde e narrativamente efficaci. Non c’è la mitizzazione di nuovi eroi: ma di ragazzini vittime e in balìa di se stessi e del Sistema.

 

Il lavoro del montatore Giuseppe Trepiccione, che ha lavorato col regista nel precedente e bello “Fiore”, è stato notevole: asciutto, essenziale, veloce quando serviva; ma attento a cogliere alcuni passaggi anche sentimentali dei suoi protagonisti. Così anche quello del direttore delle foto Daniele Ciprì: le atmosfere di disfacimento metropolitano hanno comunque un senso di “largo” visuale: un’atmosfera di grande presa visuale; e anche ricca di vissuto affettivo. Tra i protagonisti colpisce il leader ragazzino Francesco Di Napoli: di effetto drammaturgico immediato: un eccellente talento naturale.  

 

 

Francesco Capozzi

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