Brutti e Cattivi

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 25 Ottobre 2017 16:43

Roma, periferia: un gruppo di variamente disabili architetta una rapina in banca di una cassetta di sicurezza della mafia cinese. Ma prima delle Triadi, è l’avidità a creare conflitti e divisioni. Il regista di questo impagabile film (ITA-FRAN, 17), Cosimo Gomez, viene dalla scenografia: in questo settore professionale è attivo fin dagli anni 90 (ha lavorato pure in “Il Postino” di M. Troisi e con G. Tornatore). Il soggetto di questo film era del 2012, vincitore del Premio Solinas, mentre la sceneggiatura l’ha scritta con Luca Infascelli. E la sua gestazione è stata lunga e complicata: parte del merito della sua realizzazione si deve all’attore Marco D’Amore, la star di “Gomorra. Serie tv”, che ci aveva creduto fin dall’inizio, e a Luca Barbareschi, qui in veste di produttore. Ma il tutto ha preso velocità quando l’attore protagonista Claudio Santamaria, che era della partita, è stato definitivamente lanciato da “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Una volta realizzato, ha avuto le porte aperte a Venezia 17, dove è stato presentato nella sezione “Orizzonti”. E’ una commedia nera che ribalta con antibuonismo barricadero, torrenziale, allegro e ipercolorato, tutti gli stereotipi sui portatori di handicap. Non solo non hanno nulla della vittima, ma sono fortemente concentrati sulla vita e sulle passioni. Sono criminali: ma fieri e orgogliosi di esserlo in quelle condizioni. Anzi la più tosta e cattiva, vera Dark Lady dei noir anni 40, è la bellissima Ballerina, ma senza braccia: che utilizza spudoratamente il suo corpo e la sua condizione per cercare di infinocchiare i tutti nemici, tra cui i mafiosi cinesi. L’enfasi che mette nel suo difendersi è chiaramente grottesca. L’attrice Sara Serraiocco, ormai attrice lanciata, di talento e di decisa presenza, ne dà una versione pop erotica assai divertente. Indossa mises sempre spiazzanti e vivaci, che mettono in mostra il suo fascino, senza nascondere l’handicap. Marco D’Amore attraversa il suo personaggio di fattone rasta, con esistenziale instabilità, sempre in mutevole bilico: ma provvisto di una sua identità. E ci ricorda che, anche col successo da star in Gomorra, è un eccellente attore. Ma pure i comprimari sono di rilievo: il loro disegno è curato e non sono presenze di riempitivo. Come il nano scassinatore, l’attore Simoncino Martucci, ci viene dato in un siparietto di affettività familiare molto toccante: lui proprio ricorda i personaggi dello storico, bellissimo “Freaks” (32) di Tod Browning, cui il regista si è rispettosamente e affettuosamente ispirato. O il falso prete Charles (l’attore Narcisse Mame, di maschia e fisica apparenza) che suborna Ballerina; egli vive in simbiosi, come il falso prete di “Indivisibili”, lui nero (ma né buono né credente), con un’intera comunità di portatori di h., dei quali si fa carico e portavoce; e con i quali si esibisce in una coreografia scatenata e spiritosissima che ricorda “The Rocky Horror Picture Show” (75). Tra l’altro a lui si deve la frase chiave che suona così: “Il problema non sono i diversi ma quelli che vogliono tutti eguali: in natura non esistono due foglie uguali…” E poi c’è il protagonista, Papero, interpretato da un Claudio Santamaria, cattivo, ironico e spregiudicato: egli ci dà un’immagine fortemente antieroica, se non laida (il suo modo di “pettinarsi” maniacalmente il riportino è da antologia), di uno senza gambe, diventato cinico e violento; ma non privo di una sua umanità. Il cui percorso di trasformazione, mai zuccheroso, sempre, anche nel finale edificante ( a suo modo) con tracce di ironia e sfottò, si deve al fatto che subisce l’inganno: ma soprattutto è salvato dalla dolcissima prostituta nigeriana Perla. L’attrice Aline Belibi ne dà un ritratto di spiritosa e ingenua umanità: ella lo vede come inviato dalla Dea. Ma la sua prova non è sprovvista di una sua concentrata dignità e da un incedere fisico pieno e regale. Il regista, al suo primo lungometraggio, dirige questa un po' allucinata sinfonia del politicamente scorretto, però sorretto da una visione morale di fondo, con eleganza e sicurezza; con un senso dinamico della comicità. Molta parte positiva è nel taglio del montaggio, che è veloce, in grado di gestire rapidi passaggi di commento in parallelo o in flash back, curato da Mauro Bonanni, un professionista di lungo corso; che ha lavorato con molti registi anche sperimentali. La foto di Vittorio Omodeo Zorini è asciutta, fredda; talvolta spettrale: ma serve a esaltare quell’aridità estranea ed asincrona degli spazi urbani, in cui è immessa la storia.

 

Francesco Capozzi

 

 

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