Baby Driver: il genio della fuga

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Lunedì, 11 Settembre 2017 23:27

Atlanta. Un giovane driver imprendibile, che vuole uscire dal giro per amore, si lascia utilizzare per un’ultima rapina. Edgar Wright, inglese, è il regista e sceneggiatore, oltre che produttore, di questo film (USA-UK, 17). E’ un autore che si è sperimentato in diversi generi cinematografici: ma sempre mantenendo un suo profilo personale. Egli non esita a definire il suo come un film d’azione e musicale, un “musical criminale”,volendo precisare le coordinate della sua resa stilistica. In particolare, le canzoni ascoltate in continuazione da Baby (il protagonista), in funzioneantiacufene, sono molto più che la colonna sonora: esse scandiscono al secondo la stessa azione. Ne sono la cornice. Questo rende estremamente particolare e stretto il rapporto con la musica: come un’espansione narrativa aggiunta del comportamento del ragazzo, che si trova a gestire una situazione più grande di lui. Ma che, contemporaneamente, lo spinge a crescere in fretta: a comprendere e farsi caricodelle sue responsabilità. La ragazza di cui è innamorato, corrisposto, fornisce solo l’impulso iniziale. La costruzione del carattere del personaggio si compone davanti a noi. Egli attraversa la sua mancata adolescenza, essendo orfano di ambo i genitori, come librato nell’aria della musica, vera e unica sua dimensione esistenziale/anima profonda, in cui esercita la sua creatività. Egli vive tra un tutore, paralizzato su una sedia, a cui è molto legato e con cui parla a segni, perché sordo e muto, e un mondo infido e vasto. Tutore con cui non ha bisogno delle parole dette e può massimamente dare spazio alle sue intenzioni, che risultano particolarmente chiare; oltre che espressivamente più ricche di intensità ed echiemotivi. Come avviene nell’incontro con la ragazza, permettendogli di instaurare un rapporto immediato ed essenziale.E proprio per tutto ciò è un diverso. Ed è sentito come taledagli altri membri della banda, sia nel momento in cui fa volgere verso di lui sentimenti positivi di accettazione e considerazione, che di vera e propria insofferenza. Ma in fondo è solo un ragazzo in cerca di un suo posto nel mondo. Il giovane attore AnselElgort è stato già notato nei film della serie di film per youngadult “Divergent” e in “Colpa delle stelle”. Ne dà una interpretazione allo stesso tempo frizzante, però con eleganteed ironico distacco ancora adolescenziale, e fisicamente energica e nervosa, specie nelle sequenze di guida che ne mettono in luce il sangue freddo e l’autocontrollo. Nel suo personaggio, però, si manifestano anche quegli elementi di sentimentalità, emergenti come delicate e poetiche sfumature. Insomma, su di lui vi è un tratteggio di sceneggiatura molto sofisticato e in chiaroscuro. Di similare qualità e finezza è il personaggio di Doc, portato da Kevin Spacey a livelli di dickensiana e sulfurea ambivalenza nei confronti di Baby: c’è una forte componente affettiva e di stima; ma anche di ricatto non tanto mascherato. Lo stesso regista l’ha paragonato al Fagin  di“Olver Twist”.Pure assai coinvolgente è il ritratto del gangster folle e survoltato di Jamie Foxx. Il regista ha controllato questa materia assai composita con un ferreo senso dell’insieme. Ha convogliato le energie cinetiche della narrazione negli inseguimenti davvero mozzafiato e riusciti: non è solo ordinaria professionalità, quella manifestata in queste performances, ma senso complessivo equilibrato della narrazione, che riusciva ad alternare momenti di azione veloce e drammatica, a momenti più rilassati. Il regista ha studiato, e anche citato, i classici degli inseguimenti, da William Friedkin, Walter Hill, John Frankheneimer, passando per Michael Mann, fino al recente N. WindingRefn. Ma lo ha fatto apportandovi un gusto e un amore per questi maestri e il loro cinema, che lo rende molto personale: addirittura, in un certo senso, intimo. Il dato, infatti, che narrativamente emerge, è che egli vede questo tipo di sequenze non fini a séstesse, per farvi scorrere, e compiacersene, flussi di adrenalinica efficacia; ma costruirvi intorno una cornice di, sia pur folle, ma credibile umanità e cura dei caratteri. La direzione della foto è dell’americano Bill Pope, che è considerato uno dei più innovativi, dotati ed esperti cinematographer americani: in grado di “dar luce alle penombre” (come è stato detto). Ha lavorato al meglio con i maestri del mistery e della fantascienza apocalittica: come nella serie di “Matrix”. In “Baby Driver” ha saputo egregiamente equilibrare lo sfondo delle tinte “aperte”dell’azione, con quelle chiaroscurali e notturne, sia domestiche e d’interni che esterne.

 

 

Francesco Capozzi

 

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