Home / Magazine / Recensioni / Creed II

Creed II

Il giovane Adonis, riceve la sfida di Viktor, figlio di Ivan “ti spiezzo in due” Drago.

Il giovane è figlio illegittimo del leggendario Apollo Creed che si scontrò con Rocky, nel 1° e nel 2° della serie e morì nel 4°,  ucciso da Drago. Adonis potrebbe non accoglierla, oramai Campione del Mondo, e questo non è nessuno. E’ tale il parere di Rocky suo mentore e allenatore. Ma la capa è tosta e accetta.  Il presente film (USA 18) è nientemeno che il n 8 della serie: compresi  i “Rocky” da I a V, un “Rocky Balboa” e il suo primo  spin-off di “Creed. Nato per combattere” del 15. Che vi debbo dire, cari miei lettori? A me è piaciuto: anzi, lo ritengo il migliore, insieme al primo del 76, diretto da John G. Avildsen, un onesto e dotato professionista, che ci ha lasciati nel 17.

 

Che ha fatto, a mio avviso,almeno due film memorabili: “La guerra del cittadino Joe”, del 70, che lo lanciò e, appunto,“Rocky”, sulla base di una sceneggiatura di Sylvester Stallone, e da lui stesso interpretato: film che lo fece assurgere di là in poi stabilmente, dalle nebbie di un’incerta carriera anche transitata nel porno, a star internazionale.  E non parliamo dell’altra saga, quella di “Rambo”…Ogni volta che si parla di Stallone, i criticoni e/o gli aspiranti tali dei giornaloni (con qualche eccezione) increspano i labbruzzi, e alzano gli occhietti al cielo in segno di tedio esistenzial-culturale. Non c’è dubbio che alcuni film risultano comici, malgrélui, cioè senza volerlo: come John Wayne lasciato da solo a dirigersi.

 

Ma anche in quel caso, il successo che arrise fece comprendere che Stallone, allora, come il presidente Trump oggi, ha colto con epica empatia una certa anima americana “profonda”: era il tempo del reaganismo, dello scontro coll’”Impero del male”, la vecchia URSS, di lì a poco liquefattasi. La serie Rocky ci dice comunque che Stallone, peraltro persona assai autoironica  e spiritosa, oltre che intelligente, ha variato il personaggio, adeguandolo alle mutate vicissitudini della vita. Già in “Rocky V”(90), Stallone cambia passo: il vincente può diventare perdente; e incomincia da avvertirsi il crepuscolo della vita. Il film, anche se sostenuto da una parte della critica, non andò come si sperava. Tant’è che gli MGM Studios gli rifiutarono i soldi per un altro titolo, ritenendo la saga defunta. 

 

Ma nel 2006 trovò altri finanziatori. Dovette cambiare: non più “Rocky”, perché il nome era un copyright dell’MGM, ma “Rocky Balboa”. Nonostante lo scetticismo prevenuto di larga parte della critica, il film ebbe successo in tutto il mondo. Piacque anche nelle recensioni, perché Stallone, come fu detto, ritornò a quello spirito epico-realistico metropolitano del primo film; in una vicenda elaborata con conflitti emotivi e psicologici; fu lodata anche la sua prova d’attore. Nel 15 produsse e interpretò “Creed. Nato per combattere”, diretto e scritto da Ryan Coogler, in cui Sylvester era l’allenatore; mentre il protagonistaera  Michael B. Jordan. Il film ebbe successo e fu elogiato dalla critica: e lanciò Coogler poi regista del blockbuster“Black Panther”, il primo supereroe di colore.Da queste note comprendiamo che il vero Rocky è lo stesso Stallone, che ha dovuto combattere sempre, in prima persona,”con gli occhi della tigre”, come diceva nel primo; cadendo, metaforicamente (ma non tanto) nel ring di Hollywood, poi pertinacemente rialzandosi: e già solo questo a me fa simpatia.

 

A lui non interessa di essere un “auteur”: ma è semplicemente uniche sta e vuole restare nel business dello spettacolo, che ha delle cose da dire e lo vuole e lo sa fare, investendo i propri soldi, spendendosi in prima persona. Capendo quand’è il momento di assumere un ruolo più defilato, e dando spazio ad altre storie e ad altri protagonisti: com’è in questo “Creed II”. La prima qualità del film è che il protagonismo non è legato a vicende occasionali dei personaggi: ma, più profondamente, ai loro conflitti psicologici coi padri. I due contendenti sono figli di padri ingombranti: di Adonis con Apollo; come anche di Viktor rispetto a Ivan, che vediamo per primi. Quest’ultimo , dopo la sconfitta in Rocky IV, ha perso tutto: il suo unico scopo è allevare il figlio che lo vendichi e lo faccia ritornare agli antichi fasti. La pagina iniziale del film che lo fa veder mentre allena maniacalmente il figlioin un’alba livida,e senza speranza, nella desolata e opprimenteUcraina, ci comunica un senso di angoscia. Ed è su questa “pedagogia nera” , che ha avvelenato il giovane russo che si dipana il senso degli scontri. E’l’attoreFlorian Muteanu, di origine romena ma che ha studiato in Germania, roccioso e fisicamente poderoso, ma anche, nonostante e al di sotto delle possenti apparenze, provvisto di palpitante sofferenza filiale. Come si vede nei confronti della madre, una rediviva, ma sempre visivamente d’impatto, Brigitte Nielsen, ritornata per la rivincita a Mosca: ma che si rivela interessata e avida come in “Rocky IV”.Così Adonis sente di aver un debito col padre: in realtà, come gli suggerisce il saggio Rocky, è che non è uscito di minorità rispetto a questo personaggio del passato. Il film stesso, nel presentare il match finale, definisce appropriatamente shakespeariano il secondo incontro tra i due. 

Vedi Anche

Benvenuti a Marwen

Mark Hogankamp è stato un eccentrico disegnatore di fumetti.