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La grande bellezza di Angelo Vassallo

“Come i suoni e gli odori, anche i colori hanno il potere di creare stati d’animo” (Angelo Vassallo)

(…) oh, tesoro, è un mondo selvaggio
è difficile farcela solamente con un sorriso 
oh, tesoro, è un mondo selvaggio 
ti ricorderò sempre (…),
da Wild World, Yusuf Islam-Cat Stevens

FOTOGRAFIE IMPOSSIBILI: LA GRANDE BELLEZZA CHE VIDE ANGELO VASSALLO

Angelo Vassallo, il sindaco pescatore, è ormai un simbolo e stranamente in ciò si ravvisano dei problemi. Al di là della cronaca e dei possibili sviluppi delle indagini ancora in corso per soddisfare la essenziale necessità di capire perché sia stato immolato e da chi, ci sarebbe da effettuare una ricerca seria sull’uomo e sul politico. L’analisi fondamentale dovrebbe indirizzarsi verso ciò che aveva dentro di sé, verso ciò che riusciva a osservare, verso quel che fece come conseguenza naturale delle sue indagini. Era evidentemente controcorrente, rispetto a una moltitudine che probabilmente aveva scelto la cecità, il non voler vedere, o fu incapace di farlo non solo con gli occhi, mettendoci l’anima. Non può che essere chiara la necessità di fotografare il suo ambiente tentando di farlo con lo sguardo che lo caratterizzò. Solo ciò potrebbe chiarire la sua sensibilità e, pertanto, dar conto delle scelte che operò, sia come uomo che come amministratore di un Comune collocato in una terra bellissima, ricca eppure complessa, come la storia ha dimostrato.

Non sembrerebbe esserci strumento migliore per conoscerlo al meglio possibile, oggi, anche per ritardare l’effetto del tempo che trascorre inesorabile e dipanare le ombre che cominciano a calare sul suo ricordo obiettivo. Almeno così è per chi vive lontano dall’Italia, pur trovandosi molto nel web e in forma cartacea. D’altronde, sarebbe un giusto per quanto insufficiente omaggio. Percorrere le vie del suo paese, fermarsi sugli scogli, osservare il mare e girarsi per inerpicarsi con lo sguardo, con la mente e con l’obiettivo verso il Cilento interno … ecco, così si potrebbe ancora sentirne la presenza. Si potrà farlo almeno fino a che esisterà il Cilento, la terra delle rivoluzioni per la Costituzione, del brigantaggio e delle emigrazioni per forza.

In questo senso, è certo che seppe indagare la mente della sua gente, i cilentani, ma non solo; che fosse consapevole della provenienza dell’essere umano, del mare come grembo davvero fertile; che conoscesse anche le direzioni che avrebbe dovuto prendere l’essere umano degli anni anno 3000. Non poteva che amare tutto ciò, il mare soprattutto. Per questo non poteva che sentirsi obbligato a preoccuparsi della terra ferma e di chi la abitava, delle zone interne del Cilento e della sua gente, se è vero che le minacce peggiori per il mare, per qualsiasi mare, provengono dalla spiaggia, ovvero dalle spalle.

Anche per lui le minacce provenivano dalle spalle e se si potesse fotografarlo oggi sarebbe difficile guardarlo negli occhi, far risaltare le sue rughe, la pelle bruciata dal sole. Scatterebbe, molto probabilmente, il senso di colpa che dovrebbe avvertire chi lo lasciò solo, la volontà di proteggerlo, di affiancarlo, di spostarsi, di stargli dietro assieme alla sua gente: la famiglia e gli amici di una vita. Forse si avrebbe anche il pudore di non pubblicare sue immagini, senza una espressa autorizzazione e pur quando fosse stato ripreso in eventi pubblici. Ecco, parole desuete nella società dell’apparire ridiventano parole guerriere, ricche di senso, quasi avessero vita propria e volessero inchinarsi dinanzi a una storia importante che non può essere affrontata solo nelle aule di giustizia.

È una storia, la sua, come quella del suo ambiente, vissuta in un mondo-villaggio globale in cui sembra che tutti conoscano tutto o potrebbero conoscere tutto, con un click. Ci bastano internet e Google. Le informazioni che una volta erano difficilmente accessibili devi solo cercarle. È enorme la mole di informazioni cui si può accedere e credere di poter sapere quasi tutto ha probabilmente reso meno curiosi, meno inclini ad aprirsi all’idea della ricerca profonda, dai risultati solidi.

Il fenomeno tocca anche le notizie da telegiornale, a partire dalla cronaca nera. Quasi tutto attraversa le menti senza lasciare tracce rilevanti, senza che si formi materia adeguata e capace di riempire i cassetti della memoria, dove cercare ciò che si è ritenuto importante anche anni dopo, farla diventare esperienza che arricchisce.

Molto altro di quel che viene raccontato si sintetizza in simboli che, per quanto è veloce il meccanismo di sintesi, nascondono molti fatti e spesso passano come vere anche circostanze infondate. È, pertanto, da considerarsi deplorevole che finanche simboli importanti, sia per il tempo presente che per il futuro, via via possano offrire di sé solo quel che è concesso all’immaginario collettivo di riuscire a cogliere. È per questo, probabilmente, che le arti visive possono giocare un ruolo sorprendente: riuscire a comunicare ben altro, quasi dialogando con gli strati profondi dell’osservatore in maniera duratura.

Potrebbero tornare utili anche a cancellare la sensazione che pure chi abbia eroicamente combattuto nella società dell’apparire, per migliorare l’habitat o le condizioni di lavoro o la qualità della vita e dell’approccio alla sanità, disinteressatamente, sia destinato a essere solo un simbolo di cui parlare, ma non da seguire. Con il passare del tempo e sempre più velocemente si è potuto mille volte osservare il declinare dei veri significati di talune storie di uomini e donne che hanno dato tutto, anche la vita, in un penoso processo di revisionismo storico.

Tentare di fotografare per lasciare tracce serie è un compito che ci si può assegnare e forse occorrerebbe sentire l’obbligo di farlo, per affrontare i misteri che si basano sull’ombra e su quello che non capiamo con esattezza. Fotografare può significare anche fare luce sui principi etici, come cercano di fare persone che furono vicine ad Angelo Vassallo.

Alessia Orlando e
Michela Orlando

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