Nata dall’acqua sporca , pubblicato da Giulio Perrone Editore, è il romanzo di Giuliana Vitali , scrittrice e giornalista partenopea fortemente attiva nell’ambito delle tematiche sociali. Un libro in cui si evincono i sentimenti di marginalità, formazione e smarrimento, che si sviluppa muovendosi continuamente tra presente e passato. Le vicende di Sara, esplorano le sue fragilità, in una importante fase di transizione dall’infanzia all’età adulta. Un libro crudo e sensibile, che scava nel desiderio di riscatto, nell’identità e nella ricerca ostinata del proprio posto nel mondo. Il lavoro letterario ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito culturale come la proposta e selezione per il “Premio Strega 2026” e la vittoria al Premio Nabokov.
Nel suo volume, vengono citate varie tematiche e problematiche molto attuali, dall’amore tossico alla stessa tossicodipendenza. Nella stesura del libro, in che percentuale hanno influito ciò che purtroppo ci circonda e creazione narrativa?
Nel mio lavoro giornalistico mi occupo spesso di tematiche sociali, quindi inserirle nel romanzo è stato un processo molto naturale. Questioni come la dipendenza, le relazioni tossiche, il disagio emotivo fanno parte della realtà che osserviamo ogni giorno e inevitabilmente entrano anche nella scrittura narrativa. Nata nell’acqua sporca non vuole essere cronaca né reportage. Il romanzo nasce proprio nel punto in cui la realtà viene attraversata dall’immaginazione: si smonta ciò che si è vissuto, ascoltato o osservato per poi ricostruirlo. La creazione letteraria permette di andare oltre il fatto in sé e di indagare le ferite, le contraddizioni e le fragilità umane in modo più profondo.
Lei ha definito che scrivere il suo romanzo “è stato come camminare su una lama affilata”, crede di aver regalato al suo libro il giusto caos emotivo e l’autenticità su cui era focalizzata?
Non so se ci sono riuscita davvero, e credo che questo debbano dirlo soprattutto i lettori. Quando ho detto che scrivere questo romanzo è stato come “camminare su una lama affilata” intendevo proprio la difficoltà di restare in equilibrio tra esposizione emotiva e controllo della scrittura. Ho cercato però una forma di verità, sia nella storia sia nel modo in cui raccontarla. Per me l’autenticità non passa solo dai temi, ma anche dalla lingua, dal ritmo, dalle fratture e dalle omissioni. Volevo che il caos emotivo dei personaggi emergesse senza essere addomesticato, senza trasformarlo in qualcosa di rassicurante o artificiale. La scrittura, in questo senso, è stata un continuo tentativo di avvicinarmi a qualcosa di vero, anche quando risultava scomodo o difficile da sostenere.
Nel libro risalta la tematica, purtroppo recente, della marginalità. Quanto (e se) ha contribuito, la sua esperienza in ambito sociale nella ideazione del volume?
La mia esperienza in ambito sociale e giornalistico ha contribuito profondamente alla scrittura del romanzo, perché mi ha portata a confrontarmi con ciò che la società spesso preferisce non vedere: il disagio, la dipendenza, la fragilità, la marginalità. Viviamo in un tempo che tende a rimuovere il dolore, a occultarlo, trasformandolo in una colpa individuale invece che riconoscerlo come una questione collettiva e politica. Il dolore mette in crisi il modello dominante della nostra società: quello della prestazione continua, dell’efficienza, del successo, della felicità esibita. Chi soffre, chi cade, chi non riesce a stare dentro questi parametri diventa quasi un elemento disturbante, qualcosa che si preferisce isolare o silenziare invece che comprendere davvero. Con il romanzo ho cercato anche di raccontare questo: ciò che la società nasconde, giudica o preferisce non nominare.
Lei ha elaborato il suo racconto con l’esigenza di donare voce a chi purtroppo non ne dispone. Credo che il compito di uno scrittore, sia anche quello di regalare un punto di vista alternativo, al di là del risultato finale?
Più che dare voce a chi non ne dispone, credo sia importante riconoscere voci che spesso non vengono ascoltate o legittimate. Ci sono esistenze, fragilità e margini sociali che restano invisibili non perché non abbiano nulla da dire, ma perché la società tende a non riconoscerli. Penso che il compito di uno scrittore sia anche quello di stare dentro la realtà e dentro il proprio tempo, fare un lavoro di osservazione e di indagine sociale, sulle relazioni umane, sulle contraddizioni che attraversano la contemporaneità. La letteratura secondo me non deve offrire soluzioni ma può creare uno sguardo diverso, spostare il punto di vista, aprire domande.
Per me c’è anche una responsabilità civile nella scrittura: raccontare ciò che spesso resta ai margini, senza semplificare o giudicare, cercando invece di restituire complessità e umanità.
Ideando il personaggio di Sara, crede che la sua figura sia riconducibile anche a tante donne che vivono queste situazione realmente?
Assolutamente sì. Sara potrebbe essere chiunque intorno a noi: una figlia, un’amica, una sorella, una collega. Spesso immaginiamo certe fragilità o certe dinamiche come qualcosa di distante, marginale, invece attraversano la quotidianità molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Uno degli aspetti che mi interessava raccontare era proprio questo: quanto sia difficile riconoscere il dolore, la dipendenza affettiva o l’autodistruzione quando si nascondono dentro vite apparentemente normali. Molte donne vivono situazioni simili in silenzio, senza riuscire a nominare fino in fondo ciò che stanno attraversando.
Sara non vuole essere un simbolo astratto, ma una persona reale, con tutte le sue contraddizioni e vulnerabilità. E credo che proprio per questo molte lettrici – e anche molti lettori – possano riconoscere qualcosa di vicino alla propria esperienza o a quella di qualcuno che hanno accanto.
Al suo romanzo d’esordio, ha già ottenuto numerosi premi e candidature. Come ha percepito questo passaggio dal punto di vista personale?
Fa piacere sentire che il libro abbia incontrato lettori, giurie e sensibilità diverse.
Allo stesso tempo, credo che la letteratura abbia tempi molto più lenti rispetto a quelli a cui siamo abituati oggi. Un libro non si esaurisce nel momento della sua uscita o nel riconoscimento immediato che può ricevere. Se un romanzo ha radici vere, se riesce davvero a lasciare qualcosa, sarà il tempo a dirlo.
In ottica futura e visto l’ottimo riscontro del libro, crede che “Nata dall’acqua sporca” meriti un continuo?
Non lo so, almeno per il momento non sento l’esigenza di un continuo. Credo che alcune storie abbiano una loro compiutezza e vadano lasciate sedimentare, anche nei lettori. In questo periodo sto lavorando a un’altra storia e sento il bisogno di spostarmi verso nuove direzioni narrative. Piuttosto, mi piacerebbe molto che Nata nell’acqua sporca potesse avere una nuova vita attraverso il cinema. È un romanzo molto visivo, attraversato da immagini, tensioni emotive e atmosfere che credo potrebbero tradursi bene in un film.
Sergio Cimmino
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