“Giorgio Ascarelli. Il visionario che inventò il Napoli” è il volume edito dall’Ippogrifo dello scrittore e studioso Nico Pirozzi. Un percorso fatto di sport, passione e amore per un importante figlio di Napoli, protagonista nello sport e nel contesto sociale partenopeo degli anni ’20. Presidente e visionario ricco di intuito e acume intellettivo, fondatore dell’A.C. Napoli, ebbe il merito di trasmutare il calcio azzurro in una visione nuova, proponendo anche orizzonti differenti nelle politiche sportive e dimostrando al contempo un amore immenso per la città di Napoli.
Ci può contestualizzare, a livello sociale ma anche sportivo, l’annata della fondazione della SSCN da parte di Giorgio Ascarelli?
L’anno IV dell’era fascista, corrispondente al periodo compreso tra il novembre del 1925 e l’ottobre 1926, fu un anno denso di avvenimenti. Cominciamo col dire che, dopo ben undici anni di vigilanza speciale, Giorgio Ascarelli non fu più considerato un «sovversivo». Un appellativo che accompagnava il suo nome sin dal novembre 1914, quando entrò a far parte del Comitato esecutivo dell’Unione Socialista napoletana, l’ala dissidente della Federazione socialista napoletana. Ma il 1926 è anche l’anno in cui il regime instaurato da Mussolini quattro anni prima mostra il vero volto, attraverso la soppressione di gran parte delle garanzie contenute nello “Statuto Albertino” di 78 anni prima.
Mi riferisco alle cosiddette “leggi fascistissime”: un corpus di leggi che, a far data dal dicembre 1925, limitava tutte le libertà, stabilendo la supremazia del potere esecutivo su quello legislativo. In pratica, il regime diveniva arbitro assoluto dei diritti dei cittadini . A gennaio del 1926, una nuova legge sulla stampa metteva a tacere i giornali ,tre mesi dopo a essere colpiti erano i lavoratori, con l’abolizione del diritto di sciopero e l’apposizione del bavaglio ai sindacati; a settembre i Comuni, con lo scioglimento delle assemblee e la sostituzione del sindaco (che era stato frutto di una elezione) con un podestà di nomina governativa. A novembre la mannaia della rivoluzione fascista si era abbattuta sui partiti d’opposizione, dichiarati sciolti per legge. Sempre a novembre vedeva la luce il “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”, a cui veniva delegato il potere di diffidare, ammonire e condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico e la sicurezza del regime stesso. E, ciliegina sulla torta, l’introduzione della pena di morte, a distanza di quasi sessant’anni dall’ultima esecuzione capitale avvenuta in Italia. Sul piano più strettamente sportivo, o meglio calcistico, è l’anno della “Carta di Viareggio”, un documento che, sostanzialmente, riscriveva i dettami che fino ad allora avevano rappresentato il punto di riferimento normativo per club e calciatori.
Tra le innovazioni più significative vi fu l’introduzione della Divisione Nazionale in sostituzione delle vecchie Leghe. L’attuale Serie A era composta da 20 squadre (17 provenienti dalla ex Lega Nord e 3 dalla ex Lega Sud), mentre nei livelli inferiori venivano istituite la Prima e la Seconda Divisione. Per quanto invece riguardava lo status dei giocatori, si assisteva alla storica svolta verso il professionismo. I calciatori venivano divisi in due categorie: dilettanti e non-dilettanti. Sono queste le innovazioni che Giorgio Ascarelli, da buon manager, colse al volo quando trasformò un club (il F.B.C. Internaples), fino ad allora gestito in maniera dilettantesca, in un’impresa (l’A.C. Napoli) con le sue regole. Regole che, per farle digerire ai soci più riottosi, richiesero più di qualche anno e un gran numero di sonore sconfitte. Infine, il mese di ottobre 1926 è una data riportata a caratteri d’oro dal Circolo del Remo e della Vela Italia. Fu allora che il socio Giorgio Ascarelli si rese disponibile a finanziare l’acquisto dell’attuale sede del prestigioso club nautico del borgo di Santa Lucia. Immobile che poi donò agli iscritti. Un gesto che, a cent’anni di distanza, viene ricordato dai soci e dai frequentatori del Circolo del Remo e della Vela Italia con commozione e gratitudine.
Le radici ebraiche, per un uomo così visionario, rappresentarono una spinta o una difficoltà nel suo operato da presidente?
L’essere di religione ebraica per Giorgio Ascarelli, e per gran parte dei correligionari vissuti negli anni a cavallo tra l’Unità d’Italia e i primi trent’anni di quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm chiamò il “secolo breve”, rappresentò un valore aggiunto.
Per dirla in estrema sintesi, si dimostrò un momento di riscatto da una condizione di subalternità in cui gli ebrei erano stati relegati a vivere e lavorare per secoli. Un affrancamento reso possibile dagli strumenti che, sotto molti aspetti, avevano forgiato la loro vita di cittadini e di ebrei. Ovvero, il forte senso di appartenenza a una storia che aveva radici profonde e, non da ultimo, l’aver sempre privilegiato l’istruzione. In definitiva, anche per la sua esperienza da presidente dell’A.C. Napoli l’essere ebreo rappresentò un valore aggiunto. Non solo per lui, ma per tutte le persone che con gli Ascarelli erano in rapporti di lavoro o di amicizia.
Ascarelli fu anche ideatore del celebre stadio “Vesuvio”. Ad oggi ha avuto modo di scoprire testimonianze fotografiche o documentali su quella struttura?
Giorgio Ascarelli capì che una squadra (intesa come un gruppo di atleti) non era sufficiente per trasformare un club calcistico in un’impresa. Serviva anche qualcosa per contenere un numero crescente di persone (i tifosi) che la squadra portava ogni domenica al suo seguito. Di qui l’idea di uno stadio che potesse rappresentare un investimento a medio e lungo termine per il club. Come nel suo costume, aprì il portafogli e anticipò le spese per l’acquisto dei terreni e la costruzione di un impianto da ventimila posti. Tra il progetto e la realizzazione dello stadio Vesuvio passò meno di un anno.
Alla sua prematura morte (marzo 1930), la vedova Bice Diena lo donò al club, con l’impegno (da parte dei nuovi dirigenti dell’A.C. Napoli) di tener fede agli ideali e ai programmi del fondatore e primo presidente del club azzurro. Manco a dirlo, nel giro di appena un paio d’anni lo stadio Ascarelli (come era stato ribattezzato dopo la morte del mecenate ebreo) fu venduto al Comune di Napoli (per ripianare i numerosi debiti che l’A.C. Napoli aveva accumulato in quel breve lasso di tempo), che a sua volta lo demolì e ricostruì per trasformarlo in una sorta di vetrina del regime, in vista dei Campionati del mondo del 1934. Inutile aggiungere che, nel corso di questi passaggi di mano, il nome di Giorgio Ascarelli sparì dal frontone dell’impianto di via Vesuvio, per essere sostituito da un più generico (e anche meno compromettente) stadio “Partenopeo”.
Ci parla del lavoro di ricerca storico utilizzato per il suo volume?
Diciamo che non è stato semplice. Su Giorgio Ascarelli avevo cominciato a lavorare circa quindici anni fa, quando un mio saggio fu inserito nel volume a più mani “Napoletani. Irripetibili, irriducibili, incorreggibili”. Sempre lui – ma più in generale gli Ascarelli – li incrociai nel corso di altri lavori che ho prodotto in questi anni. Da qui nacque la necessità di approfondire una vicenda artatamente rimossa dalla storiografia locale e, ancor peggio, dalla memoria della città.
Le ricerche sono state soprattutto d’archivio (Archivio Centrale dello Stato, Archivio di Stato di Napoli, Archivio della Comunità Ebraica di Napoli e di Padova), ma ho attinto anche a materiale proveniente da fondi privati e da testimonianze che mi sono state generosamente messe a disposizione. Fondamentale è stata la conoscenza del terreno – chiamiamolo impropriamente così – sul quale stavo conducendo le mie ricerche. Un “terreno” che conoscevo abbastanza bene, sia sotto l’aspetto storico e culturale, sia sotto quello religioso.
Ogni anno viene celebrato, nel giorno della fondazione della SSCN, il nome di Giorgio Ascarelli. Qual è il sentimento che, secondo lei, lo lega ancora oggi ai napoletani?
Che l’attuale dirigenza della SSC Napoli riservi sentimenti o atti di riconoscenza nei confronti del fondatore e primo presidente del club azzurro, nutro molti dubbi. Quanto meno a giudicare da quello che un osservatore esterno, quale io mi ritengo, può registrare. Spero che qualcuno tra loro si ricordi di Giorgio Ascarelli, semmai rendendo omaggio alla sua tomba.
Molto diverso è il ricordo che ha di Ascarelli l’ex presidente del club, Corrado Ferlaino, che partecipando a una presentazione del mio lavoro sul “visionario” che inventò il Napoli raccontava che, in occasione di scontri con squadre particolarmente ostiche, si recava in gran segreto sulla tomba di Giorgio Ascarelli per “raccomandarsi” in forza di una comune fede calcistica. Per quanto riguarda i tifosi, il ricordo è limitato all’anno (il 1926), molto meno al personaggio. Da parte mia non posso che auspicare che la figura di Giorgio Ascarelli, imprenditore, mecenate e sportivo a tutto tondo, torni a occupare un posto di primo piano tra gli uomini che hanno reso grande Napoli e il Napoli.
Nel prossimo mese di agosto ricorderemo i cento anni della fondazione del Calcio Napoli. Ci saranno iniziative tematiche dedicate ad Ascarelli?
Sì, le iniziative non mancheranno. A partire da quella di (ri)proporre – attraverso una petizione pubblica – la titolazione del piazzale antistante lo stadio Maradona (che oggi porta il nome di un personaggio, Vincenzo Tecchio, a dir poco ingombrante e offensivo per la città delle Quattro Giornate) a Giorgio Ascarelli.
Inoltre, l’associazione “Memoriæ-Museo della Shoah” ha finanziato e allestito la mostra fotografica “Ascarelli. Un nome e una storia lunga 150 anni”. Per l’intero mese di febbraio, i circa 40 forex della mostra sono stati ospitati dalla Fondazione Valenzi al Maschio Angioino. Per il “Maggio dei monumenti” dovrebbero approdare alla Fondazione Banco di Napoli. La stessa associazione, in occasione dei cento anni dell’A.C. Napoli, ha finanziato e pubblicato il volume (in tiratura limitata a 100 esemplari numerati) “Ascarelli. Una storia italiana”, un’opera che raccoglie un lavoro di ricerca durato diversi anni.
Assieme a un noto musicista, stiamo progettando un grande evento pubblico da tenersi a inizio campionato, dove presenteremo il primo e vero “Inno del Napoli”: quello scritto da Athos Amelio e musicato da Arturo Collana nel febbraio del 1928. Il mio auspicio è che questi non siano i soli momenti per ricordare un uomo che meritava un destino molto diverso da quello che le istituzioni sportive e cittadine hanno riservato a uno dei migliori figli di Napoli.
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Sergio Cimmino
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