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Luca Ragagnin: “Nick Drake, tra poetici romantici inglesi e compositori francesi del Novecento”

I dieci passi di Nick Drake (Miraggi Edizioni) di Luca Ragagnin appare come un romanzo delicato ma feroce, che modella la vita vissuta del musicista attraverso una voce “altra”, non appartenente ad una proprietà, ma solo a chi ha ascoltato le sue opere. Un canto onirico che prende vita dall’unica traccia filmato esistente rilasciata ai posteri. Dodici pochissimi secondi, in cui di spalle Drake si allontana nella sua sagoma unica, che, a distanza di mezzo secolo ci ha restituito una leggenda musicale così fascinosa,misteriosa ma immortale.

Ragagnin, nel suo volume “I dieci passi di Nick Drake”, lei ripercorre il percorso come un romanzo narrativo, non come una biografia, facendo parlare Drake in prima persona. Come ha gestito a livello di scrittura questa scelta?

Ho fatto delle “prove di voce”, basandosi sulle descrizioni di chi l’ha conosciuto e lo ha descritto nelle varie biografie o saggi usciti negli ultimi decenni. Un altro suggerimento mi è arrivato direttamente dalle canzoni di Drake, dal suo timbro vocale. E anche dalla sua educazione universitaria, l’amore per i poeti romantici inglesi e i compositori francesi del Novecento. LA sua famiglia d’origine. Molti elementi dunque, che alla fine mi hanno portato alla voce che si legge nel romanzo.

Lei ha percorso un vasto studio, del materiale di Nick Drake, può dirci perchè secondo lei, non esistono testimonianze in fase adulta, tranne quella del video da cui ha preso ispirazione?

Principalmente per la sua ritrosia a suonare dal vivo e ancora di più ad andare in televisione. Ovviamente questo vale per i filmati. Con l’eccezione di alcuni filmini famigliari dei primi anni Cinquanta, quando cioè Drake era un bambino di 5 o 6 anni, non c’è nulla. È stato invece fotografato a più riprese e esistono centinaia di scatti per le copertine degli album. I servizi di Keith Morris, ad esempio, sono delle vere e proprie opere d’arte. Ma negli ultimi due anni della sua vita nemmeno i lavori di abili professionisti riuscirono a togliere dal suo volto il malessere, il “cane dagli occhi neri” che se lo stava prendendo, e infatti per “Pink Moon”, il disco finale, la copertina è un dipinto di Michael Trevithick di ispirazione surrealista.

Nick Drake, viveva un male oscuro, inteso, eppure lasciò tre album capolavoro, lei che ha avuto modo di studiarlo a fondo, crede che la critica o il pubblico, all’epoca, non ebbero l’acutezza di capirlo sino in fondo?

Fu compreso, apprezzato e amato da Joe Boyd, il produttore che si fece promettere da Chris Blackwell, il boss dell’etichetta discografica Island, di non togliere mai dal catalogo quei tre dischi che avevano venduto poco o nulla. E fu anche molto amato dai colleghi musicisti dell’epoca, vorrei citare almeno John Martyn, che gli dedicò una canzone memorabile, “Solid Air”, nel 1973. Drake era ancora vivo, e la ascoltò ma non si accorse che si trattava del suo ritratto. E poi Sandy Danny, i componenti dei Fairport Convention, direi l’intera scena del folk-rock inglese. I critici musicali, pur apprezzando il suo lavoro e soprattutto la sua tecnica chitarristica, furono a volte meno benevoli. Consideravano le sue canzoni “delicate” e interessanti” ma “monotone”. Nel giro di un decennio dalla sua morte tutto sarebbe cambiato.

Il suo folk, non era proletario,ma bensì colto, orchestrale, si può dire che Drake era sostanzialmente diverso dalla classica figura di cantautore inglese?

Indubbiamente. Le sue canzoni da un punto di vista musicale erano molto raffinate e i testi non toccavano quasi mai i temi sociali della sua epoca. Ma era anche molto diverso dalla figura di un menestrello, come Donovan ad esempio. L’unico artista che in qualche modo gli assomigliava e a cui lo accosto nel romanzo era Duncan Browne, anch’egli compositore e arrangiatore sopraffino e non solo semplice autore di canzoni.

Lei è torinese, vanta numerose collaborazioni come autore in musica, teatrale e scrittore narrativo. Quali sono le differenze sostanziali della sua scrittura, se ce ne sono, che adatta per i vari generi?

Torino entra poco nel discorso sulla mia scrittura. La considero come un carapace, una protezione della mia vita personale, raramente diventa un elemento di narrazione. I generi narrativi, e considero anche la scrittura per la musica, hanno regole specifiche e a quelle mi attengo. In sostanza prima costruisco un progetto e poi cerco la lingua e lo stile più adatti.

Sergio Cimmino

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