Sasio, pubblicato ad ottobre 2025 per l’etichetta La Tempesta Dischi, è il progetto solista di Salvatore Carannante, già musicista e protagonista con i Sula Ventrebianco. Undici tracce intrise di rabbia e verità, dove l’artista emerge attraverso un lavoro strutturato sull’asse della sincerità, intesa come molla di riscatto contro le menzogne. In un mondo contornato da padroni senza scrupoli che vivono di pura apparenza, il disco giunge come una netta presa di posizione. Un racconto che si amplia in momenti veri e vividi, alla ricerca dell’amore umano. Grazie alla produzione artistica e alla collaborazione di Giulio Ragno Favero, si è stretta una partnership solida e trasversale per un prodotto che elabora echi underground e un’elettronica di intensa profondità musicale.
Sasio, dopo diversi anni con i Sula Ventrebianco, arriva un album omonimo. Qual è stato lo step che ti ha portato a questa nuova visione musicale?
«Un nuovo genere musicale sicuramente sì, rispetto a quanto fatto con i Sula, anche se le ultime cose che stavano uscendo guardavano già a sonorità più elettroniche. Ho sempre amato la musica dance anni ’90, la house e la techno; quindi per me non è nulla di nuovo, anzi. L’incontro con Giulio Ragno Favero ha poi dato una direzione concreta a questa inclinazione. Avevo bisogno di freschezza, di novità, di sperimentare un approccio diverso nel creare melodie e devo dire che mi sono divertito davvero tanto.»
Al centro del progetto è fondamentale la produzione di Giulio Ragno Favero (già al fianco del Teatro degli Orrori). Qual è stata la vostra “mission” per questo album?
«La missione è semplice: senza schemi, lontana da ciò che deve funzionare a tutti i costi per gli altri. Qui parlano l’istinto, lo stomaco, il passato, il presente e l’emozione di frammenti di vita vissuta e di quella che stiamo attraversando ora. Abbiamo bisogno di verità e zero menzogne. Questo è ciò di cui dovremmo tutti nutrirci, ed è proprio questo che spero l’ascoltatore riesca a percepire in questo lavoro.»
Nell’album alterni momenti di elettronica a un cantautorato di “pancia”, pensiamo a pezzi come “Nfunn” e “Re Mida”. Lo definiresti più un album di denuncia o di voglia di riscatto?
«La denuncia è il minimo che io possa raccontare in questo album. E poi c’è la voglia di riscatto. Mi immagino un po’ come uno che arriva da un altro mondo ed è stato lì per un po’ a guardare come funzionava “qui sulla Terra”, svegliandosi subito dopo come da un incubo, consapevole di farne completamente parte. Ne faccio parte, ma non vorrei: vorrei farla scoppiare e invece la salvo. Il rapporto che ho con gli uomini è un tiro alla fune: cedo, tiro, cedo e tiro, ma molte volte vorrei tagliare la corda e rintanarmi per sempre.»
Nel tuo progetto trovi però spazio anche per la dolcezza e il romanticismo, come in “Vincent” o “Celeste”. Come nascono questi momenti?
«Ho sempre amato raccontare storie difficili: la mia o quella degli altri. Dal dolore e dalla sofferenza nascono molte volte una forza e una dolcezza che non hanno eguali. Innamorarsi perdutamente: questo ci manca. In questi brani vorrei che l’ascoltatore provasse il brivido di un amore ritrovato, di un amore che sta scappando e che deve essere salvato, recuperato a tutti i costi. Per questo non mi è difficile scrivere brani come “Vincent” o “Celeste”: è ovvio, scontato, necessario.»
Vieni da un percorso musicale importante, proiettato però in un contesto sociale molto labile. Da artista e musicista, che lettura dai del mondo che ti circonda?
«La nostra società è estremamente fragile perché si regge su fondamenta altrettanto deboli e imbarazzanti. Mostrarsi forti, invincibili e disumani: questo va di moda oggi. Viviamo in una casa sorretta da pilastri di cristallo sottilissimo, ormai crepati. Non sembra esserci spazio per la dolcezza, per l’amore, per il rispetto. La sensibilità è quasi scomparsa. Pensa a quanto siamo distanti…
Eppure, penso che proprio dalla sensibilità possa nascere una forza incredibile e inarrestabile, in grado di distruggere tutto il male che fa da padrone. Abbiamo bisogno di figure importanti, carismatiche, vere e forti. Siamo accompagnati da padroni che non meritano assolutamente la nostra fede e la nostra lealtà. Siamo dormienti, spenti, poco reattivi: spugne in grado di trattenere e assorbire qualsiasi torto. Abbiamo il dovere di raccontare chi siamo davvero, consapevoli del vero ruolo che dovremmo avere in questo momento. La Terra ha bisogno di “figli”, non di “padroni”.»
Sergio Cimmino
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