La seconda edizione della rassegna “I Grandi Anniversari”, conclusasi lo scorso dicembre con il grande evento ospitato all’interno di Villa Campolieto ad Ercolano, condotto dal giornalista Michelangelo Iossa e dedicato al grande regista italiano ed internazionale Francesco Rosi ha offerto l’occasione, a dieci anni dalla scomparsa, per ampliare lo sguardo cinematrografico e artistico su una delle più importanti figure del cinema nazionale, grazie al ricordo , inteso ed emozionante di sua figlia Carolina, attrice di cinema, teatro e tv e produttrice teatrale.
A dieci anni dalla scomparsa del regista Francesco Rosi, quale lascito umano e artistico ritrova nelle grandi pellicole di suo padre?
Assunzione di responsabilità questo è uno dei suoi principali lasciti umani ed artistici e non solo per me ma per tutte le generazioni. Per coloro che fanno cinema e teatro è un invito a porsi domande, a scavare la realtà con curiosità ed umiltà, con coraggio e con una forte capacità di indignazione. Per tutti noi un appello a farci valere come cittadini, a non essere passivi davanti al potere che sia politico o economico.
Da Salvatore Giuliano a Le Mani sulla città, che importanza e quanto hanno influito sul cinema italiano, secondo lei, queste due opere?
Salvatore Giuliano ancora oggi ci permette di interrogarci sulla nostra Storia e su quello che siamo non solo al Sud. Le mani sulla città ha fatto di Napoli un simbolo del potere illegale che riesce, anche attraverso le leggi, a diventare legale. L’autore Rosi indagava; l’uomo Rosi guardava alle tragedie di una società pericolosamente in bilico tra incertezza identitaria e fallimento. Come ho ribadito più volte, i film di Francesco Rosi, per la forma e per il contenuto, restano punti di riferimento per tutta l’arte cinematografica. Hanno sondato un’umanità sopraffatta dal potere, hanno fotografato gli uomini che del potere si sono serviti e quelli che dal potere sono stati schiacciati, con una pietas che appassiona ancora il pubblico, coloro che si sentono e chiedono di essere considerati cittadini. Hanno offerto una forma artistica unica.
E dopo avvenne anche l’incontro con Gian Marià Volontè, che inaugurò anche un legame artistico nei film: Uomini Contro, Lucky Luciano, e il Caso Mattei. Cosa aveva di speciale secondo lei la loro unione?
Aggiungerei anche Cristo si è fermato a Eboli. Erano due artisti di grande rigore e professionalità e si rispettavano moltissimo. Franco amava Volonté la sua capacità come interprete di studiare il personaggio, individuandone gli aspetti più intriseci, le contraddizioni, la natura psicologica, ma anche i lati fisici come il modo di parlare, di muoversi. Diventava Mattei, Luciano, Levi restando l’attore Volonté che permetteva al pubblico di riflettere su quello che stava vedendo.
Negli anni 60 e 70, suo padre ebbe il merito e la lungimiranza di parlare (nei suoi film), di speculazione edilizia, guerra, mafia e tante altre problematiche sociali. Possiamo definire il cinema di Francesco Rossi un cinema impegnato?
Rispondo con le parole di mio padre: Il cinema non può cambiare il mondo ma può gettare il seme del dubbio nel pubblico. Ogni film che risponde a questa condizione si può definire impegnato.
Negli anni 2000 si occupò anche di regia teatrale, con attività legate ad Eduardo De Filippo. Cosa ricorda di quel periodo?
Voglio ricordare però che Franco iniziò la sua carriera proprio con il teatro nel 1947 e nel 1963 portò in scena In memoria di una signora amica dell’amico Giuseppe Patroni Griffi. Tornò al teatro per la Compagnia di teatro di Luca De Filippo con Napoli milionaria!, Le voci di dentro, Filumena Marturano, una trilogia che fu per attori e tecnici un momento davvero magico. Sul palcoscenico si incontrarono due grandi artisti inarrivabili a mio parere: Eduardo e Franco. Io partecipai sia come aiuto regista che come attrice. Il rigore di mio padre nelle prove, la sua generosità nel darsi agli attori e allo stesso tempo nell’ascoltare i loro pareri fu per tutti una grande lezione umana ed artistica. Ricordo le parole di Luca che faccio mie: con Franco ci ritrovammo tutti ad essere diretti di nuovo da un Maestro, “registrati” di nuovo da un Maestro come lo era stato Eduardo.
Sergio Cimmino
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