Home / Magazine / WebGiornale / Cultura / A Toys Orchestra: “Midnight Again” una nuova linfa dallo sguardo differente”

A Toys Orchestra: “Midnight Again” una nuova linfa dallo sguardo differente”

“Midnight Again” degli A Toys Orchestra, segna il ritorno sulle scene della band rock-alternative di Agropoli a sei anni di distanza dall’album “Lub Dub”. Un disco ampio, concettuale, con al centro la filosofia del tempo, declinata però su una prospettiva differente, accogliente, che abbraccia sonorità blues, e indie-rock, liberatosi in una nuova distensione emotiva e creativa. Elegante e suggestiva l’idea di trilogia ( i precedenti erano Midnight Talk e Midnight Revolution), il gruppo campano, con oltre venticinque anni di carriera artistica, e considerato a livello internazionale come tra i pionieri della scena rock-alternative italiana, ripercorre le fasi di costruzione del suo nuovo capitolo musicale, tra vecchie radici e una nuova vitalità artistica.

Credits PH: Beatrice Belletti

“Midnight Again”, vostro ultimo lavoro discografico, torna a distanza di sei anni da “Lub Dub.” In questo spazio , anche temporale, quale sono state le idee, i dialoghi, tra di voi che vi hanno portato a questo ultimo disco?

In realtà, a onor del vero, dopo il tour di Lub Dub c’è stato un periodo in cui ci siamo allontanati, il Covid poi, ha contribuito ad allungare questo distacco. Nel mentre io però ho continuato a scrivere musica, senza badar troppo all’utilizzo finale di quest’ultima. Poco più di un paio di anni fa ci siamo poi rivisti e abbiamo paventato l’idea di tornare in pista seriamente. C’era però bisogno di un “refresh” e di ripartire non dico da zero, ma da una prospettiva differente. Più che ai dialoghi quindi ci siamo lasciati andare al flusso emotivo e alla spinta di questo nuovo ramo che stava spuntando dal nostro tronco. L’albero era lo stesso ma c’era una nuova linfa e abbiamo lasciato che tutto accadesse in maniera spontanea e naturale.

Credete che Midnight Again, chiuda in un certo senso una trilogia (Midnight Talk e Midnight Revolution), oppure si discosti e avete pensato musicalmente di collocarla in un contesto maggiormente odierno?

Non abbiamo mai pensato di conferire una collocazione temporale a Midnight Again ma di certo ha le fattezze del nostro “oggi”. Era quello il disco che volevamo fare, o ancor meglio, che stavamo facendo. In sala prove e in studio succedono tante cose in tempo reale, seppur ci sono delle idee a fare da linea guida, cerchiamo sempre di avere una visione aperta e di assecondare gli spunti che man mano possono offrire nuovi scenari. Ovviamente la suggestione della trilogia è rivelatoria sin dal titolo, non esiste però un vero nesso filo-logico tra questo e i due precedenti “Midnight” se non per il fatto che portano la stessa firma e una certa estetica. In questo c’è la volontà di riallacciarci con la nostra storia senza che questa debba però intercedere strettamente in senso artistico e stilistico. In sintesi abbiamo riattaccato la spina e ci siamo sintonizzati su quello stesso canale, ma il film è diverso.

L’album appare in maniera sapiente, molto variegato, nei toni, negli stili, passando da un indie-folk, al blues, e arricchito anche da rock ballad. E’ stata una scelta dettata dalla vostro processo creativo?

Non c’è una scelta a monte, ma innegabilmente ci siamo lanciati in maniera più convinta in quella direzione. Non so dirti come mai, semplicemente le nuove canzoni che stavo scrivendo venivano fuori così, con questo piglio blues/soul più marcato. Anche la mia voce, che negli ultimi anni è cambiata, stava trovando un appoggio più confortevole in quei frangenti e una nuova espressività. Abbiamo quindi accolto con rispetto queste nuove suggestioni avendo cura però di non essere mai didascalici. Ci abbiamo flirtato e giocato ma restando sempre con i piedi in casa nostra.

Iniziare una carriera importante, nel 1998, e arrivare dopo 26 anni oggi, non è un impresa da poco. In mezzo ci sono cambiamenti musicali, sociali, e contesti diversi. Vi sentite sempre in linea con le frequenze e lo spirito degli inizi del 2000?

I duemila sono stati anni di grande fermento per la musica indipendente italiana e per tutto il panorama underground. Al tempo c’era una gran voglia di connessione con il resto della scena europea e dunque una forte tendenza all’internazionalizzazione, il che ci ha concesso di scrivere la nostra storia cantando in inglese avendo credibilità sia entro che fuori i nostri confini. Poi tutto è cambiato di botto, come una bolla di sapone che scoppia. Ma il tempo deve fare il suo corso e la nostalgia è un sentimento pericoloso e deleterio in ogni campo. Il bello di quei tempi non ce lo toglierà mai nessuno, ma vivere il presente è l’unico modo per non restare impantanati e continuare il proprio percorso.

Il concetto del tempo, i ritmi struggenti, ma anche un intensa profondità che scava nell’anima nei testi e nelle musiche, ed in più avete portato in questo lavoro la vostra filosofia di orchestra in maniera più ampia. Come avete strutturato le varie collaborazioni dal punto di vista orchestrale?

Come ti dicevo prima, quando ci siamo rivisti l’intenzione era quella di partire da una prospettiva differente. Volevamo riportare tutto all’osso ma al contempo c’era la volontà di gestire la natura delle canzoni e degli arrangiamenti con piglio diverso. Non volevamo quindi affidarci solo a quello che ci veniva facile fare, volevamo rifuggire formule a noi troppo familiari e consolidate. Tutto partì durante il lock-down, quando mi sono procurato un Mellotron, e ho cominciato ad inserirlo ovunque nei miei provini fantasticando delle orchestrazioni reali. Ho dedicato moltissimo tempo a incassellare incastri tra sezioni di fiati e di archi, è stato oltre modo stimolante e costruttivo. Quando abbiamo poi riportato finalmente quelle bozze su un vero disco abbiamo quindi deciso di affidarle saggiamente a dei veri orchestrali. Alle volte in studio di registrazione siamo partiti da quelle linee guida per poi finire in delle jam session di improvvisazione, altre volte una semplice linea di tastiera veniva affidata ai fiati o una di chitarra agli archi.. altre ancora lasciavamo semplicemente che i musicisti dessero una loro visione e interpretazione delle nostre idee. In questo modo siamo partiti da un’idea personale precisa fino ad arrivare ad un lavoro di gruppo in gran connessione.

Tantissimi concerti in giro per l’Europa, Bologna come recente “città adottiva”, le vostre radici raccontano che siete una band “cittadina del mondo”. Avete inserito ognuna di queste influenze geografiche anche in questo progetto?

Ma si, in fondo è inevitabile. Quando eravamo ragazzini suonavano negli scantinati di Agropoli nella remota provincia del Sud ma la nostra testa viaggiava già altrove, eppure quei luoghi sono ancora ben radicati in noi, ci hanno formato tantissimo e seppur non ci viviamo più da tanti anni continuano ad esistere nella nostra quotidianità. Allo stesso modo Bologna da un po’ di tempo sta scrivendo nuove pagine, così come anche una sola notte trascorsa in un posto X aggiunge ancora altra trama. Ogni luogo diventa teatro del proprio vissuto e in ognuno di questi si svolge la sceneggiatura della nostra vita, personale e professionale. I confini sono linee immaginarie, ma tutti i luoghi che viviamo sono ciò che siamo.

Sergio Cimmino

Vedi Anche

“Sogno o sold out”, presentata la stagione 2024/2025 del Teatro Sannazaro di Napoli

 Tra tradizione e contemporaneità il Teatro Sannazaro di Napoli celebra i 30 anni della scomparsa …