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Oylem Goylem, il trentennale al Teatro San Ferdinando di Napoli con il maestro Moni Ovadia

Quando sei sul baratro, bisogna tornare alla vita. Era il 1993 e Oylem Goylem e il maestro Moni Ovadia raccontava di un esilio, tra ironia e sberleffo, si poneva come un faro di luce sul mondo intellettuale.

Gli ebrei, la loro storia, raccontata come un viaggio. La lingua Yiddish sono le parole danzanti di un idioma di libertà e conoscenza. Ovadia è maestro, giullare, comico e profondo. Nelle sue storie cantante, tra sacralità, religiosità, imprime sempre il suo lessico profondamente libertario. Un libero pensatore aschematico ma al contempo fine ed ironico istrione, capace ed elevato capobrigata che parla di rabbini, ateismo e Dio, in totale leggerezza ed intensa veridicità. L’ebraismo e l’esser ebraici, appare come una nuova totalizzante visione, costruita su un diverso e intelligente metodo teatrale.

E’ questa la rivoluzione che ha reso Ovadia, contestualmente a questo suo piccolo gioiello, scritto trent’anni fa,  ancora oggi vivace, intenso e riflessivo. Lo spettacolo è un piccolo carrozzone viaggiante sulle note quotidiane della musica Klezmer. Ovadia è uno inno all’ironia, al paradosso, costruisce e disfa luoghi comuni, informa e resiste, crea nel suo linguaggio un divertente viaggio intorno e dentro il mondo ebraico. La genialità risiede nel sapere argutamente proporre una parlesia (e Napoli è la città madre), che affascina, incanta, per il suo mettersi a latere e osservare il tutto da una posizione diversa. Storielle, aneddoti, capaci di unire la cultura Yiddish, nel suo lontano legame con i tratti polacchi, rumeni e russi. 

Uno scrittore parlante che sul palco ripudia gli intellettualismi e pone al centro della scena l’ignominia e la banalità di un “mondo scemo”, visto dal lato più comico e giocoso. Ovadia ci ricorda in tempi in cui vige la banalità del male, lo stesso può essere de-costruito porgendo uno sguardo diverso, capace di prendere forma come antidoto alla cancellazione della memoria e alla brutalità. La pace, il dialogo, il confronto, possono esser coltivati all’interno di zone d’ombra, dove ce’ sempre la luce, basta solo carpirla con un piccolo bagliore di umorismo.

Sergio Cimmino

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