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Vittime innocenti: 2 dicembre

  • 1981 Palmina Martinelli
  • 1983 Antonio Cristiano
  • 1991 Michele Cianci

1981
Palmina Martinelli

Di 14 anni
Uccisa a Fasano (BR)

Palmina Martinelli aveva solo 14 anni, viveva a Fasano. Fu arsa viva. Venne trovata ancora in fiamme dal fratello maggiore, Antonio che, rientrando, sentì odore di bruciato ed i suoi deboli lamenti. Palmina aveva cercato di spegnere il fuoco sotto la doccia ma in quel momento mancava l’acqua. Il fratello la caricò in auto, portandola subito in ospedale.

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Morì dopo 22 giorni di sofferenza a causa della gravità e l’estensione delle ustioni. Prima che morisse, un magistrato, munito di registratore, la interrogò, chiedendo cosa fosse successo e chi fosse stato. La ragazza era lucida, ancora in grado di capire e di rispondere anche se con una voce appena percettibile. Rispose “Alcool e fiammifero” e fece i nomi di due ragazzi all’epoca circa ventenni. Di uno dei due fece anche il cognome ed era il ragazzo di cui si era innamorata. Dell’altro, rispose “Non so”, conosceva solo il nome. I due volevano costringerla a prostituirsi e lei si era fermamente ribellata e opposta. In seguito a varie udienze processuali, furono entrambi scagionati per insufficienza di prove e tutt’ora risultano persone libere. In aula venne anche fatto ascoltare il nastro registrato ma, alla conclusione del processo, si chiuse il caso come suicidio dovuto alla disperazione. Nel libro ‘Fatti tuoi, cronaca di un omicidio negato”, Nicola Magrone, il magistrato che si occupò del caso, raccogliendo anche la testimonianza di Palmina resa in ospedale, ha scritto “Palmina Martinelli, la ragazzina che venne bruciata viva e che, alla fine del processo, venne “condannata” per calunnia, naturalmente (lo dico senza ironia che sarebbe fuori posto e senza senso) “alla memoria”.

1983
Antonio Cristiano
Agente di custodia di 27 anni
Ucciso a Napoli

Antonio Cristiano era in servizio al carcere di Poggioreale a Napoli e, appena finito due turni consecutivi di lavoro, stava rincasando di prima mattina insieme al collega Aniello Vincenzo De Cicco quando la loro vettura ferma al semaforo fu affiancata dai killer di Camorra nei pressi di Melito, a 20 chilometri da Napoli. I criminali aprirono il fuoco e uccisero Antonio, mentre Aniello venne ferito gravemente ma riuscì a salvarsi. I due agenti erano amici e si conoscevano da tempo, fin dai tempi in cui prestarono servizio insieme a Foggia. Il giorno successivo all’agguato, il quotidiano Il Mattino ricevette una telefonata: era l’O.C.A. (Organizzazione camorrista armata), gruppo armato vicino a Cutolo che rivendicava l’omicidio. Nella telefonata, considerata attendibile dagli inquirenti, venne specificato che l’obiettivo fosse quello di mandare un segnale rispetto alle condizioni dei carcerati.


1991
Michele Cianci

Commerciante di 41 anni
Ucciso a Cerignola (FG)

La storia di Michele Cianci parla di sani principi e alti valori. Commerciante cerignolano poco più che quarantenne, fu ucciso il 2 dicembre 1991 dalla mafia cerignolana mentre stava chiudendo il negozio di armeria di cui era proprietario. La mattina di quel giorno, aveva assistito ad un’aggressione nel centro di Cerignola ai danni di un anziano che stava ritirando la propria pensione.

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Nell’indifferenza più totale del resto dei compaesani, Michele Cianci decise di intervenire a difesa del povero signore e, sparando dei colpi in aria, fece scappare i due scippatori. Successivamente si recò presso il commissariato di polizia per denunciare l’accaduto. La sera, mentre stava chiudendo il suo negozio, fu assalito da quattro ragazzi che volevano rapinarlo. Cercò di difendersi ma prima venne colpito al capo con una chiave inglese e poi gli spararono alle gambe, facendolo cadere, sbattere la testa e morire. Le autorità collegarono subito l’omicidio dell’uomo allo scippo che aveva sventato quella mattina ma questa pista fu invalidata dopo anni dalla testimonianza di due collaboratori di giustizia che rivelarono la vera motivazione dell’omicidio. La tragedia che lo riguarda va inquadrata in un periodo molto particolare per la criminalità organizzata cerignolana. Questa struttura rimase in equilibrio fino al 1991 ma poi entrò in crisi a causa di una crescente tensione tra “grandi” e “piccoli”. I “piccoli”, soliti a liberarsi delle armi utilizzate dopo ogni colpo per evitare che gli inquirenti scoprissero dei collegamenti tra diversi delitti, necessitavano di un nuovo arsenale per difendersi da possibili attacchi. Dunque, decisero di rifornirsi nel negozio di Michele Cianci, famoso in città per essere ben equipaggiato, procurando la morte del commerciante e ulteriori tensioni all’interno del sodalizio. Per la prima volta nella storia, infatti, venne riconosciuta la natura mafiosa di un gruppo criminale di Cerignola: il clan Piarulli-Ferraro-Mastrangelo. A distanza di trent’anni dalla morte di Michele Cianci, la sua storia non è stata dimenticata. E’ stato inaugurato a Cerignola un bene confiscato alla criminalità organizzata locale che porta il suo nome: si tratta di un terreno di circa sette ettari in contrada San Giovanni in Zezza, gestito dall’Associazione Temporanea di Scopo “Le terre di Peppino Di Vittorio” composta dalla cooperativa sociale Altereco di Cerignola, in qualità di ente capofila, dalla cooperativa sociale Medtraining di Foggia e il Centro di Servizio al Volontariato di Foggia.