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The Imitation Game: un biopic da Oscar

Seconda guerra mondiale, Inghilterra: il matematico Alan Turing, schivo e riservato, progetta la macchina che renderà possibile di decifrare il Codice Enigma, permettendo di carpire informazioni su possibili attacchi tedeschi. Il John Nash britannico, Alan Turing, è qui interpretato da Benedict Cumberbatch, che porta in sala The Imitation Game (o anche: A beautiful mind 2.0).

Il film, diretto da Morten Tyldum, è una combinazione di storia, sentimentalismo, comicità e lotta sociale che lo rende il perfetto candidato alla vittoria degli Oscar come Miglior film. Cosa che però non succederà, perché il frangente preso in considerazione non coinvolge direttamente gli americani, che sono, si sa, incredibilmente patriottici (scommetto una chiappa che vincerà American Sniper). Mettiamo però da parte (per ora) i discutibili criteri di valutazione dell’Academy. Tornando alla trama del film, in realtà, non c’è poi chissà cosa da svelare, ciò su cui è più interessante focalizzarsi è proprio il personaggio protagonista: isterico, nevrotico o come lo definisce sua madre ‘strambo’. Joan/Keira Knighthkey ne parla invece come un ‘fragile narcisista’, ma nulla di egocentrico c’è davvero in Alan Turing. Il genio della matematica fa costante rifiuto delle convenzioni sociali, non per una cosciente necessità di ribellione, ma piuttosto perché ne è totalmente estraneo. Gli risulta difficile capire ciò che le persone intendono davvero dire, come rapportarsi in un team e perché per una donna sia sconveniente lavorare con degli uomini. Questo lo rende involontariamente una persona diretta, sociopatica e femminista, per il semplice fatto che la sua ingenuità è completamente incontaminata da qualunque formalità sociale e morale.

La diversità di Alan non sta solo nell’essere lo Sheldon Cooper degli anni Quaranta. Turing è gay e nasconde la sua sessualità non perché percepita come sbagliata, ma perché nell’Inghilterra dell’epoca l’omosessualità è un reato. Infatti il matematico, processato, si difese dicendo che “non scorgeva niente di male nelle sue azioni”. Si sottopone dunque a castrazione chimica pur di non essere detenuto, ma l’umiliante trattamento lo spinge al suicidio.

No, non infervoratevi, non è uno spoiler. O meglio, lo è se di Alan Turing non avete mai sentito parlare. Stiamo infatti parlando di un biopic (ergo, un film biografico), uno dei tanti. Il protagonista è realmente esistito e la macchina da lui inventata è considerata la madre dei moderni computer. Ringraziatelo, prego. Il lavoro interpretato da Cumberbatch non è in alcun modo innovativo, stupisce solo se non si conosce la storia (già raccontata in film, libri e fumetti) del matematico britannico. Incuriosisce però che l’attore protagonista, talentuosissimo e già volto di Julian Assange nel biografico Il quinto potere, sia imparentato con il crittoanalista. È forse per questo che il ruolo sembra appartenergli così naturalmente: gli scorre nel sangue. Keira Knighthkey, invece, è stata fortunata a non essere diretta da René Ferretti e non riesco davvero a spiegarmi le diverse lodi e candidature.

Insomma, ci troviamo di fronte a una parte pic nella media con una bio spettacolare. La regia non presenta particolari guizzi degni di nota, ma una menzione va alla fotografia: atmosfera finto vintage, come si concerne alla collocazione temporale, con blu-verdastri particolarmente evidenti, caratteristica che rende il film una versione meno satura del The Aviator di Scorsese. Nota personale: il colore degli occhi di Cumberbatch è costantemente abbinato ai vestiti, che stylist attenti. Sono per questo contentissima di vedere il titolo del film tra i nominati agli Oscar per la Miglior fotografia, anche se il mio cuore è rivolto ad Anderson e il suo Grand Budapest Hotel in qualunque categoria sia candidato. Questa, però, è un’altra storia.

The Imitation Game strizza l’occhio alle minoranze, ammicca così forte che risulta essere uno di quei film inattaccabili perché farciti con una particolarmente abbondante dose di empatia. Un po’ come quando si parla male di un film su una persona malata/gli ebrei nei campi di concentramento/generici soggetti che inteneriscono e ci si ritrova improvvisamente tramutati in bersagli di feroci e pungenti occhiatacce che sembrano dire “Dove hai nascosto il cuore?”. Il caso però non è prettamente questo: Tyldum fa coesistere qualità e commercialità, tenendo a bada pesanti e lente introspezioni o virtuosismi, ma realizzando comunque un film di cui è davvero difficile dire male e che non estranea lo spettatore dall’inevitabilmente presente componente emotiva (e politico-sociale) della biografia di Turner.

Si sarebbe potuto fare di meglio? Indubbiamente. Il titolo ‘Il gioco dell’imitazione’ sembra anticipare lo stile prettamente tecnico tutt’altro che originale (avrete notato che per descriverne fotografia, caratterizzazione e tematiche non ho potuto fare a meno di citare film e affini). Si gioca con i richiami, con enorme probabilità non volontariamente, ma è difficile evitare il confronto col già nominato A beautiful mind o Il discorso del re, che su personaggi molto simili al matematico protagonista hanno edificato la propria fortunata sorte. In più l’intero lavoro è basato su una recente biografia scritta da Hodges e non c’è nulla più imitativo di una sceneggiatura non originale. Altro aspetto su cui si sarebbe potuto lavorare meglio: le drammatiche conseguenze dell’accusa di omosessualità fanno apparizioni sporadiche che lasciano morire in gola allo spettatore uno stroncato ‘O mio D…’. La gran parte della durata è dedicata alle vicende contemporanee al conflitto e ai continui fallimenti che la costruzione di una macchina tanto rivoluzionaria ha inevitabilmente comportato. Questo però non compromette drasticamente il valore del film, consigliato in ogni caso. Soprattutto perché, se la scelta in sala è questo o Si accettano miracoli, non dovrebbero sorgere troppi dubbi.

Lucia Liberti

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