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Recensione/ A Different Kind of Truth

Finalmente!
Lasciatemelo esclamare. Finalmente i Van Halen sono usciti allo scoperto dopo quattordici anni di letargo. Nel momento in cui ho appreso dell’uscita (ufficiale) di A different kind of truth mi è quasi venuta la pelle d’oca devo ammetterlo. D’altronde, per me, Eddie e Co. stanno al rock come Omero ai classici o la Ferrari alla Formula 1. Lasciando i dovuti convenevoli, il nuovo full lenght, uscito il 7 febbraio, mi ha sorpreso non poco. Dopo tutto questo tempo ho creduto che la band fosse, in un certo senso, sepolta sotto cumuli di macerie – vedi  le ultime uscite non brillanti come il pessimo Van Halen III -. Uno scetticismo che è andato affievolendosi man mano che ho ascoltato il disco. Andrò per gradi. Il lavoro presenta due sorprese nella line – up: torna dopo 28 anni David Lee Roth dopo quel capolavoro che fu “1984” ( e non è un caso che il disco abbia quello stampo). L’altra sorpresa, che forse i fan di vecchia data non gradiranno molto, è l’inserimento di Wolfgang “Wolfie” Van Halen (figlio di Eddie) al posto di Michael Anthony al basso (ora, milita nei Chickenfoot di Satriani e co.).
La “non sorpresa” deriva dalle tracce presenti nell’album. Tracks come “She’s the woman” non sono altro che rivisitazioni di vecchi demo della band, nella fattispecie targati 1976.
Bando alle ciance e parliamo del disco ora.

Se volete farvi un’idea di cosa siano i VH del nuovo millennio, beh, conviene saltare la prima traccia, Tattoo. L’opener è lenta, monotona, ruffiana. Sembra quasi la riproposizione dei vecchi “ultimi” lavori della band. Per fortuna la tortura dura poco più di quattro minuti.
La seconda traccia è proprio la rivisitazione di cui ho accennato sopra, She’s the Woman – provate ad ascoltare il demo su youtube -. Si tratta di un brano semplice, non di certo uno di quelli che verrà ricordato come un “capolavoro”.
You and your blues: la traccia in questione rappresenta un vero e proprio rodaggio dell’album. I tempi iniziano ad alzarsi e le chitarre di Eddy iniziano a farsi sentire sul serio sebbene il pezzo abbia un retrogusto di “già sentito”.
La parte centrale dell’album è davvero esplosiva.
Ecco la mia preferita: China Town. La classica canzone che ti convince fin dai primi secondi ( 10 per essere precisi!) che ti fa immaginare di sfrecciare a tutta velocità su una Cadillac decapottabile del ’58 per le strade della California. Terrificante. Questa traccia è la risposta a chi credeva che Eddie fosse finito come chitarrista. Veloce, pulito, senza sbavature. Per quanto mi riguarda, la punta di diamante dell’album.
La quinta traccia è Blood & Fire. La voce di Diamond Dave inizia a farsi sentire, finalmente. Il brano presenta un’ottima trama chitarristica con un bel arpeggio iniziale. In crescendo.
Bullethead ( altro demo rivisitato) cavalca tra l’hard rock e l’heavy metal con sfumature saxoniane. In questa traccia nessuno si risparmia: Alex colpisce le pelli con un’aggressività che ricorda i bei tempi che furono e con il fratello che (ri)sforna le plettrate poderose degli esordi.
E’ il momento di As Is, uno dei momenti più alti del lavoro. Il tapping di Eddy non è mai stato così bello, pulito e armonico come in questo pezzo.
Honeybabysweetiedoll si presenta con un riff martellante, con le chitarre distorte al punto giusto.
Sicuramente non un capolavoro – ricordate Human Being? – ma neanche adatta ai deboli di cuore.
La nona traccia, The Trouble with Never, vede un Eddy non staccare mai il piede dal pedale del Wah-wah. Ottimo sound ma povera di contenuti.
È il momento dell’esplosiva Outta space, brano che scende giù che è una bellezza. Sicuramente quando verrà riproposta in sede di live, questa, farà scuotere non poche teste.
Stay Frosty è il brano che forse più di tutti ricorda “1984”. Le sonorità molto “texane” alla “ Ice Cream Man” e il mix acustica/elettrica sanno davvero d’altri tempi.
La penultima traccia è Big River. Il brano, per dirla tutta, sembra quasi un esercizio di stile, nel senso che racchiude un po’ tutta l’essenza dei Van Halen. Scarno songwriting a favore di soli pirotecnici. La traccia in questione sembra quasi essere stata costruita sul solo (Eddy che combini? Malmsteen docet!)
A concludere “A different kind of truth” ci pensa Beats Workin’: né carne, né pesce. Per la chiusura di un “nuovo” lavoro mi sarei aspettato qualcosa di diverso sinceramente, ma si sa, quando le aspettative sono alte il risultato ne risente.
Il disco in definitiva suona bene, anzi, anche troppo. Di sicuro è un lavoro che i fan più accaniti dei Van Halen, come me, non denigreranno del tutto. Un altro tassello nella discografia di quello che reputo un genio del rock è stato messo. I capolavori di Eddy e Alex, però, sono altri.

Roberto “Mitch” Malfatti

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