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LA CAMORRA AL CINEMA

La notizia è che, tra gli arresti di molti esponenti del potente Clan Moccia,di Afragola, c’è un attore, Vincenzo Barbetta, cui si deve uno strano film praticamente autoprodotto dallo stesso Barbetta, con la sua “Record’s Film”, dal titolo Un Camorrista perbene”, diretto e sceneggiato da Enzo Acri, uscito nel marzo 2010 a Napoli e solo qui transitato negli schermi. Il clan era ora gestito dalla moglie Anna Mazza dello “storico” capo, Gennaro, deceduto, e dai suoi figli e cognati. “Don” Gennaro aveva saputo ben districarsi dalle faide intercamorristiche degli anni 80, sopravvivendo alla strage dei cutoliani della NCO (Nuova Camorra Organizzata), cui era federato, ad opera della Nuova Famiglia, l’alleanza di tutti gli altri clan lasciati fuori dallo strapotere cutoliano; ma anche aiutata dai “servizi” di stato nostrani decisi a stroncare l’alleanza che il Cutolo, in nome della sua “visione” della criminalità come una specie di antistato, aveva fatto con i terroristi politici delle Brigate Rosse. Aveva saputo contenere la presenza di “Ciruzzo O’ Milionario”, il capo della Famiglia Di Lauro di Secondigliano, accordandosi con lui in modi pacifici: riconoscendo sostanzialmente una sua virtuale leadership, acconciandosi a ruolo di proconsole autonomo. Ma questo lo aveva salvato dalla sanguinosa guerra intentata ai Di Lauro dagli “Scissionisti”, permettendogli di arricchirsi in silenzio: un potere sottotraccia, ma assai articolato sul territorio afragolese e temuto. Uno dei “Senatori”, così erano chiamati i “quadri” intermedi di questo clan, era l’attore-imprenditore Barbetta. Secondo l’ordinanza con cui il pm Marco Del Gaudio l’ha arrestato, egli era un usuraio, oltre che riciclatore. La società che gli faceva capo, l’Agenzia e casa discografica Record’s Music, era uno dei terminali di queste attività. Uno dei talenti sponsorizzati dall’agenzia era un’attiva cantante neomelodica, Cinzia Oscar; ma era anche vittima dello strozzo praticato da colui che doveva essere suo manager. Questa cornice getta una ben sinistra luce su quel film; però anche ne delinea con più nettezza gli effettivi termini culturali. In verità, negli ambienti napoletani della Spettacolo si sussurrava  a mezza voce della provenienza “strana” dei capitali e si metteva in stretta connessione l’allocazione geografica della location (Afragola), con i Moccia. Di fatto, il film voleva essere una specie di peana in onore di quest’ultimi, considerati  (presunti) camorristi “vecchio stampo”, messi a confronto con le  nuove incontrollabili, feroci e spietate leve della nuova delinquenza giovanile dedite, più che al culto dei valori tradizionali della famiglia e della religione, secondo la vieta, ridicola e falsa immagine con cui si autorappresentano i ”vecchi”, all’uso smodato, caricaturale di chili di cocaina (come nel film), spesso in combutta con apporti extracomunitari ancora peggiori dei  nostrani. Inoltre, nel personaggio di Luigi Altieri, un ex terrorista di sinistra degli anni 70, che diventa socio e compagno di missione del Barbetta (che si chiama così anche nel film, per far capire come la pensa veramente…), ritorna una costante ideologica che fu tipica di Raffaele Cutolo, il fondatore della NCO, a cui come sappiamo il Clan Moccia non era estraneo: egli poneva la criminalità come una specie di Società Utopica, dotata di sue Leggi, di suoi Codici Rituali, di suoi comportamenti collettivi, condivisi e basati sulla “solidarietà”. Essa si “contrapponeva”, come  le comunità Bagaude nelle Gallie del III Secolo, all’autorità degli eserciti di Roma. Come dicevo: un Antistato; da qui l’alleanza “strategica” con chi preconizzava il ribaltamento sociale con la violenza, cioè con le Brigate Rosse. A dirla in termini eleganti, sono tutte palle. Benché ci fosse stato un teorico delle BR, Giovanni Senzani, che parlava della Camorra cutoliana come di un “proletariato extralegale”, sono elementi di teoria insensati, senza alcun fondamento, se non l’attivismo delirante. Ma evidentemente fanno presa sul còté ideologico con cui una parte della camorra vorrebbe ammantare le proprie scelte. Perché le Mafie sono portatrici di modelli di comportamenti sociali, in qualche modi “alternativi” a quelli comunemente accettati dalla moralità legalistica imperante. E che trovano amplissimi riscontri in quelli corruttivi, lobbystici e manipolatori dei nostri politici: che arrivano a funzionare come amplificatori “pedagogici”di quelli suggeriti dalle “narrazioni” etiche mafiose.  Tali comportamenti sono di varia natura. Sicuramente basati sulla violenza e sul ricatto: ma vogliono mistificare l’omertosità e la complicità con il “valore” della pseudosolidarietà; la “famiglia” e l’ossessione omofobica, e oggi anche razzistica, come portatori di “ordine” naturale, di cui loro sarebbero gli strenui difensori. Il Barbetta ha sentito di definire il suo film “l’anti Gomorra”, perché egli individua dei camorristi “buoni”, in contrapposizione, come dice lui stesso, al “3 %” di “cattivi” che “infangherebbero” il buon nome di Napoli. Ma a parte la plateale mistificazione del vero, quale risulta dalle cronache giudiziarie, noi sappiamo che non ci può essere sviluppo se non limitando fortissimamente la portata della Criminalità Organizzata; ma anche sappiamo che c’è una “zona grigia” di popolazione che tende a fare proprie queste sollecitazioni cultural-ideologiche, perché tali sono, ci piaccia o no; e che continuano a far presa su segmenti di pubblico. Ma sono leggere foglie di fico che la ferocia dei camorristi, non tarda brutalmente  ad annullare.  Comunque anche su questi ambiti bisogna sviluppare una lotta per la messa in chiaro delle reali motivazioni ideologiche sottostanti, che deve essere culturale e contrappositiva, sviluppando attenzione a queste manifestazioni, senza solamente condannarle. E per finire, c’è da dire ancora che “Un Camorrista perbene” è inappellabilmente un brutto film. Prof. Ciccio Capozzi

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