Il Cachi vaniglia napoletano fonte di benessere

Scritto da  Pubblicato in AcinoEbbro Food&Wine Martedì, 30 Ottobre 2018 10:20

L’autunno in natura si tinge di colori caldi, come l’arancione dei cachi. Nella provincia di Napoli ne troviamo tantissimi sui rami piegati dai numerosi frutti, ma quasi spogli di foglie. I contadini dell’areale tra Nola e il vesuviano li chiamano legnasante.

Probabilmente questo nome stravagante è dovuto al fatto che i frutti compaiano sui banchi dei mercati nel periodo dei morti. La Campania ricopre il 50% della produzione italiana, pertanto la coltura del cachi rappresenta una eccellenza del nostro territorio. Slow Food Agro Nolano insieme a Slow Food Vesuvio hanno deciso di farlo diventare presidio per valorizzarlo meglio sul mercato e salvarlo dall’estinzione. E’ una ebenacea ed il suo nome scientifico più diffuso è Diospyros Kaki Tumb.

 

La presenza di numerose varietà di kaki ed il ritrovamento di piante selvatiche in Cina confermano che sia questa la terra di origine. Dalla Cina poi si sono estesi in Giappone ed in Corea. Non si sa esattamente quando e come siano arrivati in Italia. Le prime testimonianze scritte sono alquanto recenti, risalgono al XIX secolo. La zona di partenza nella coltivazione del cachi è quella dell’agro nocerino sarnese. Qui fu impiantato il primo diosporeto nel 1916, e nel 1929 gli ettari destinati a questa coltura erano già 1700, nel 1946 diventano 5300 con una produzione di 80.000 t. In Campania nel 1946 si sono prodotte 250.000 t. su 15.000 ha ed attualmente la provincia di Napoli è il maggior produttore con 16.000 t.

 

Le varietà più diffuse in Campania sono quelle non astringenti: il vainiglia e il kaki tipo coltivato in presenza di impollinatori della varietà diospiro lotus. L’astringenza di alcuni kaki è dovuta alla difficoltà di questi di raggiungere la maturazione dei tannini presenti in quantità sostenute. Nel passato i contadini avevano imparato in maniera empirica che conservando i cachi in ambienti protetti insieme alle mele, questi riuscivano a raggiungere pienamente la maturazione perdendo l’astringenza. Infatti l’alto contenuto di acetaldeide delle mele trasforma i tannini dei cachi da solubili ad insolubili eliminando la fastidiosa astringenza. Questo ormone vegetale viene utilizzato ancora oggi per eliminare al gusto la sensazione allappante di alcune varietà.

 

La raccolta avviene da ottobre a gennaio ed è piuttosto costosa in quanto praticata esclusivamente a mano. Il mercato attualmente richiede le tipologie di cachi sodo, specie al sud, mentre al nord è ancora venduto quello molle anche se piace sempre meno.E’ un frutto ricco dal punto di vista nutrizionale. Possiede un importante contenuto di carotenoidi che gli conferiscono il colore arancio: 5-6 mg./100 gr di polpa, mente la buccia ne contiene 10 volte di più. Sostenuta è anche la presenza degli di zuccheri: 14-16 gr/100 gr di polpa e 4 volte di più nell’ epidermide. Le proantocianidine presenti nel cachi possono ridurre il rischio di malattie cardiovascolari abbassando la pressione del sangue e l’aggregazione piastrinica.

 

Infatti in Giappone il succo e l’aceto di kaki (kakisu) sono usati come medicine tradizionali per abbassare la pressione sanguigna. Sembra avere anche effetti positivi sulla metabolizzazione degli zuccheri e dei grassi, infatti diete a base di kaki hanno ridotto il tasso di glucosio plasmatici e i trigliceridi in conigli diabetici. Test in vivo e in vitro hanno messo in evidenza i carotenoidi, come il licopene, e le catechine, presenti nel frutto di kaki, risultati chemioprotettivi contro una vasta gamma di tumori, in particolare al cancro alla prostata e al seno. Da studi giapponesi e coreani risulta che l’assunzione di kaki e di snack a base di questo frutto riduca il tasso alcolemico in percentuali piuttosto elevate.

 

 

Marina Alaimo

Ultima modifica il Martedì, 30 Ottobre 2018 17:04

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