Se il terrore ti sfiora negli scontri di inciviltà

Scritto da  Pubblicato in Michela e Alessia Orlando Mercoledì, 14 Gennaio 2015 14:14

Un posto ci sarà/ per questa solitudine/ perché mi sento così inutile/ davanti alla realtà/ Un posto ci sarà/ fatto di lava e sole/ dove la gente sa che è ora di cambiare/ Un posto ci sarà/ dove puoi alzarti presto/ il giorno finisce per dispetto/ e haje voglia di alluccà (…).
Sicily, Pino Daniele su musica di Chick Corea

SE IL TERRORE TI SFIORA NEGLI SCONTRI DI INCIVILTÁ

E se il terrore solo ti sfiora negli incubi e non vorresti svegliarti, temendo la realtà sia peggiore? E se, prima di uscire da casa, destinazione lavoro o solo per fare due passi, sai di dodici persone ammazzate a quattro passi da te? E se scopri che in 15 giorni altre migliaia di persone sono state trucidate in Nigeria in una impari lotta, tutto sommato fratricida? E se cammini per Napoli, per andare a mangiare una pizza dove lo fece Julia Roberts, nel film Mangia, prega ama, e ti fermi a Forcella? È inevitabile, in questo ultimo caso, pensare a Il diario di Annalisa. È inevitabile che la figura di Annalisa Durante, la ragazza di quattordici anni uccisa il 27 marzo 2004, durante uno scontro a fuoco tra bande camorristiche, erompa nella tua mente. In questo caso, lì, proprio lì, puoi vedere foto della Forcella che fu così come a Parigi si potranno certamente vedere immagini di una redazione di un giornale satirico che si potrebbe dire fu, che certamente non è più. Ma almeno il giornale potrà rinascere.

Non si tratta, in nessuno di questi casi, di scontri tra civiltà. Caso mai si assiste inebetiti a scontri tra inciviltà. Cambia poco se nel caso di Annalisa i killer volevano colpire Salvatore Giuliano, detto 'o rosso, anch’egli giovanissimo, diciannovenne nipote dei fratelli Giuliano, ritenuto vicino al boss Ciro Giuliano, 'o barone, ammazzato in un agguato. Eppure in questa faccenda emerge una prova di civiltà: i genitori di Annalisa autorizzarono il prelievo degli organi. È evidente come ciò sia in sintonia con la bellezza di quella ragazza che temeva, che pativa la violenza avvertita nel quartiere. Nel suo diario si può tra l’altro leggere: "vorrei fuggire, a Napoli ho paura". Quella paura colpisce; intenerisce e fa nascere la voglia di protezione, purtroppo tardiva. Era giustificata? Lo sono quelle parigina e nigeriana? Certo che sì! Lo sono tutte ma, come purtroppo si può notare facilmente, non esorcizzano la morte, non la allontanano, non servono a chi dovrebbe vivere ancora lungamente, secondo gli standard possibili degli anni 3.000. Ovviamente, questa è l’epoca dei politologi, di chi analizzerà le religioni, la necessità di integrarle in una visione non belligerante. La faccenda è secolare e chiunque dovrebbe concludere che la misura sia colma. Ma la gente comune non trarrà benefici dalle teorie da salotti televisivi. Si può realisticamente ipotizzare che le città saranno militarizzate e le libertà contratte. Sono misure pressoché inutili, considerando come un manipolo di persone abbia potuto tenere sotto scacco una metropoli come Parigi, ovvero la capitale di libertà. In questa situazione, come in altre, c’è anche una prova: le nazioni che di volta in volta hanno pensato di esportare la libertà hanno fallito. Si pensi a come sia stato mancato l’obiettivo che si erano auto assegnato gli Stati Uniti d’America. Si dovrebbe ragionare intorno alla necessità di cambiare rotta ma con il coinvolgimento della gente comune, finalmente protagonista e decisa a non farsi manipolare. Accade troppo spesso ed è accaduto infinite volte. Le prove si possono individuare anche in una foto. Si pensi a quella pubblicata nel Venerdì di Repubblica del 9 gennaio 2015, nel reportage di Norman Mailer Vi racconto come si costruisce un Presidente. La foto si incentra sulla figura di John Fitzgerald Kennedy, ripreso su uno scaletto-sedia, durante un comizio del 1960. Dalla didascalia si apprende che quello era un comizio improvvisato ma la foto racconta altro e molto di più. Di improvvisato probabilmente non ci fu nulla. Non può essere casuale che ad ascoltarlo ci siano dei ragazzini, bianchi, degli adulti, anch’essi bianchi, e degli adulti neri. Si nota anche un signore bianco, di profilo, con la giacca tenuta sulla spalla destra. Dovrebbe rappresentare un intellettuale. Emerge, altresì, la figura di un signore che guarda in camera. Potrebbe essere un tipo abituato a quei mezzi di comunicazione, magari era un attore. Dalle teste senza cappelli, si stacca anche un cappello militare; forse un marinaio? Non manca la donna che guarda altrove, fuori campo, ben pettinata e cotonata come si usava all’epoca. Potrebbe essere una insegnante. In secondo piano c’è una figura che si dovrebbe avere difficoltà a collocare in questa o quella fascia sociale. Ma fuma un sigaro ed è opulenta. Si potrebbe opinare che sia un banchiere, un latifondista, un produttore petrolifero o cinematografico … A qualche metro da questi, in secondo piano rispetto a Kennedy, ci sono due negri con le braccia conserte e il cappello. Uno trattiene tra le labbra la sigaretta ma ciò non basta a liberarli dall’immagine che li lega al cotone e alla subordinazione, alla discriminazione. La figura più enigmatica, tuttavia, è quella di un bambino: impugna una pistola e tiene la canna rivolta verso sé stesso, verso la sua bocca. Ci sono, quindi, una valanga di messaggi non casuali, ben scelti, per avviare bene la campagna elettorale e creare il mito di Kennedy che non fu certo uno stinco di santo, anche se pare brutto dirlo. 

In controluce: emerge l’intenzione di manipolare i consensi e, attualizzando il tema, tuttora quell'immagine può indurre in errore se presentata come fatto spontaneo, fino al punto di non far emergere la gravità del messaggio che sta nella pistola, nell'idealizzarla quasi, come fosse uno strumento inutile. È più grave forse impugnare una matita per fare satira? Rispetto a tale tema si sa quanto sia distorto l'uso delle armi in Usa e basti pensare alle frequenti stragi nelle scuole.

È sulle armi, quindi sull'industria bellica, che occorrerebbe ragionare con più serietà. Non basta certo limitarsi a chiedersi da dove vengano le armi usate dai terroristi, quasi buttando via con sufficienza un interrogativo che è cruciale. Potrebbe essere utile chiedersi: che fine hanno fatto le armi impugnate nelle varie guerre che si sono sviluppate fino a poco tempo fa, anche in zone attigue all’Europa? Le si può immaginare distribuite tra gruppuscoli di varie matrici politiche e ideologiche, forse cellule dormienti di terroristi nascosti qui e lì. Ciò sarebbe estremamente pericoloso poiché se un manipolo basta a bloccare Parigi, pochi altri potrebbero bloccare l’Europa intera. La risposta certamente gonfia il rischio di provare paura ma almeno potrebbe far avviare una indagine tematica seria e non occasionale. Tale compito, ovviamente, appartiene ai governi e non alla gente comune che, invece, dovrà e potrà riconquistare i suoi spazi di libertà, uscire, disegnare, ridere, ironizzare anche a due passi dal luogo in cui avvenne un fatto tragico. La gente comune potrà continuare a vivere serena, malgrado tutto, poiché una risata può seppellire certi problemi. Cogliere anche l'ironia che si rinviene in una immagine aiuta, pur quando sia stata realizzata dove fu uccisa una ragazzina come Annalisa. È ciò che lei avrebbe voluto.

Alessia Orlando e
Michela Orlando

Ultima modifica il Venerdì, 16 Gennaio 2015 09:10

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