Paolo Fresu: “Io inguaribile ottimista, questo momento di stasi utile per trarne una lezione positiva”

Scritto da  Pubblicato in Cultura Lunedì, 18 Maggio 2020 14:51

Il quintetto di Paolo Fresu festeggia i 36 anni di attività e i 23 dall'uscita di “Wanderlust”,pubblicando “reWandelust”, versione rimasterizzata del celebre album, portato a nuova luce dal sapiente lavoro di Stefano Amerio per l'etichetta dello stesso Fresu.

Uno dei gruppi più longevi al mondo ancora in attività con formazione originale ci svela, attraverso le parole di uno dei più importanti trombettisti e filicornisti italiani a livello internazionale, i “segreti” della loro lunga carriera artistica e musicale, fatta di condivisione, rispetto e stima, anche fuori dal palcoscenico.

 

 

Paolo, 36 anni di attività per il vostro quintetto e 23 dalla sua prima pubblicazione. Quale è il vostro segreto?

 

 

Non so quale sia il segreto ma so che siamo sempre stati uniti e che tra di noi c’è un rapporto meraviglioso di stima e di condivisione. Credo che alla fine sia questo il segreto della nostra longevità. Perché se c’è rispetto fuori dal palco c’è rispetto anche quando si fa musica assieme.

 

 

Ricordi ancora le sensazioni di quando registraste Wanderlust?

 

 

E’ un ricordo sfocato ma è il ricordo di una seduta di registrazione molto rilassata. Forse perché era nata lì al volo e nessuno era troppo concentrato su quella séance come si fa quando si prepara un disco vero.
La musica che abbiamo inserito era quella che avevamo con noi in tour. Pezzi vecchi e nuovi più qualche standard e un brano di Erwin Vann che si inserì come ospite nel gruppo. Il giorno prima avevamo suonato con lui un pezzo dedicato al musicista belga Bobby Jaspar, al quale il festival di Liegi tributava l’omaggio. Inoltre avevamo con noi vecchi brani che non suonavamo da molti anni (ad esempio il mio “Trunca e Peltunta” oppure “Geremeas”) perché era materiale arrangiato per sestetto e che avevamo suonato tempo prima con Dave Liebman e con Gianluigi Trovesi.

 


Sei un artista di caratura internazionale e riconosciuto come uno dei più importanti trombettisti e filicornisti italiani, come valuti questo momento molto delicato per la musica e quale futuro vedi all'orizzonte.

 

 

E’ una bella domanda. Credo che mai si sia vissuto un momento di incertezza come questo su tutto i fronti. Intanto su quello della salute che ha creato tutto questo.Essendo un inguaribile ottimista penso che questo momento di stasi ci arricchirà se saremo in gradi di trarne una lezione positiva. Sull’arte, sull’economia e soprattutto sul rispetto del pianeta e dei suoi abitanti. Una delle cose più belle è avere visto le foto degli animali che passeggiavano indisturbati nelle vie delle nostre città e dei nostri paesi. Personalmente abito nella casa di ora da 12 anni ma non avevo mai fatto amicizia con così tanti gatti della zona…

 

 

Lo scorso 30 Marzo il capolavoro “Bitches Brew” di Miles Davis ha compiuto 50 anni. Che influenza ha avuto questo gigante del jazz nei tuoi dischi e nella tua formazione musicale?

 

 

Credo di avere detto quasi tutto sull’influenza di Miles non solo su me stesso ma sulla musica del Novecento. A pensarci bene non c’è stato disco di Davis che non sia stato un capolavoro capace di cambiare il percorso della storia della musica. E non solo del jazz… Miles non è stato solo un grande trombettista ma un grande artista che ha rivoluzionato il mondo. Se oggi noi siamo qui è perché lui ha aperto tante porte. Non lo ha fatto da solo ma di certo ne è stato un capo tribù…

  


Attualmente quali giovani proposte del jazz internazionale ti piacciono maggiormente?

 

 

Ci sono molto cose che mi piacciono. Troppe per poterne citare alcune. Farei torto a tanti… Mi piace la vitalità del jazz odierno e trovo che le diversità siano sinonimo di ricchezza. E se non tutte le ciambelle escono col buco o se ci sono dei progetti ancora in divenire questi devono essere spinti affinché trovino la loro strada. Diffido di quelli che pensano che il jazz sia morto con Miles, Coltrane e Parker. Zappiano una storia senza semina e dunque senza raccolto. Chissà cosa pensano di Zappa, l’italo-americano…

 

 


Credi che nel nostro paese il jazz sia purtroppo ancora considerato un genere “di nicchia” oppure si si sia sdoganata questa credenza?

 

 

Se per nicchia si intende tutto ciò che non passa nei nostri palinsesti televisivi il jazz è una musica di nicchia. Ma se così fosse accettiamo il potere dell’informazione pluralista. Il jazz contribuisce a un quadro completo fatto di molte musiche e molte di queste sono di nicchia. In realtà la fotografia della realtà del jazz di oggi in Italia dimostra che esiste un pubblico numeroso (mai come quello di un concerto di una popstar…) ed esistono migliaia di concerti sparsi su tutto il territorio nazionale. All’Aquila nel 2015 sono arrivate 60000 persone. Non credo che questa sia una nicchia ma mi piace pensare che sia voglia di fruire di quello che non passa nella nostra TV. E’ incredibile ad esempio come, al tempo del coronavirus, i nostri palinsesti televisivi stiano riesumando cose del passato ritenute allora impopolari. Ed è incredibile che il pubblico le apprezzi.Forse bisogna fare tesoro anche di questo. Ed eliminare la parola nicchia dal nostro vocabolario creativo, pur coscienti che ben vengano la musica e l’arte di nicchia se queste si contrappongono a quelle del consumo imperante.

 

 



Sergio Cimmino

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