Benvenuti a Marwen

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Martedì, 22 Gennaio 2019 17:35

Mark Hogankamp è stato un eccentrico disegnatore di fumetti.

Nel 2000, un po' su di giri, in un bar confessa di amare indossare scarpe da donna ad uno sconosciuto. Per puro odio omofobico, viene pestato a sangue da questo e altri dello stesso stampo. Uscito dal coma, perde ogni ricordo e controllo manuale. Si rifugia in un mondo fatto di bambolotti, che si trasformano in eroi della II Guerra, personaggi rassomiglianti a persone, soprattutto donne per lui importanti o da lui amate, della sua vita: lui compreso, che diventa Capitan Hogie dell’aviazione. Attorno ai quali costruisce un’improbabile città belga, Marwen.

 

Vi ambienta delle vicende di resistenza antinazista, in cui i “cattivi” hanno le fattezze dei suoi aggressori. E le fotografa su pellicola in sequenze narrative. Un professionista ne coglie l’originalità. Il film (USA,18), e la vicenda vera da cui è tratto, sono davvero singolari. Il regista e produttore Robert Zemeckis, ne è venuto a conoscenza dal Docufilm che ne era stato tratto nel 10; che però si riferiva ad una fase in cui Mark già era un nome che girava negli ambienti artistici newyorkesi. La qualità del film è nell’aver affrontato con delicatezza psicologica lo stato di smarrimento e di ansia rispetto al mondo, che, da una parte lo spingeva a rifugiarsi, nel senso proprio di “fuggire” in questo set narrativo; dall’altro gli dava la forza e l’ispirazione di creare storie, ambienti e personaggi intrisi di quella sua personale sensibilità.

 

Era evidente che lui cercava di esorcizzare il terrore che era sceso su di lui per l’aggressione. Ma lo faceva creando, esercitando la parte di sé che voleva reagire e non subire quel perenne stato di angoscia. Il regista ha trovato la modalità tecnico-stilistica adeguata. In un miracolo di fusione-armonia tra le tecnologie della tradizionale stop motion, quella dei tableaux vivantes da Mark stesso realizzati nel film, con cui “entra” nel suo e negli altri personaggi; con quelle digitali. E’ una fantasia eroica che, nella sua apparenza approssimativa e semplice, è sottesa di malinconia e di tenerezza. In cui il suo creatore esprime il fondamento del suo animo gentile: ovviamente disarticolato dal mondo reale. Anche se con diverse persone riesce a intrecciare relazioni di vicinanza e anche affettive. Tale creatività, in effetti, gli permetteva di interagire, a modo suo, col mondo: immettendo, ovvero accogliendo nella sua sfera affettiva, nuovi personaggi come l’affascinante nuova vicina Nicol.

 

Il regista, insieme alla sceneggiatrice Caroline Thompson, ha dato vita al mondo di quest’uomo ferito dalla vita, con coerenza e unitarietà stilistica. Però, a mio avviso, c’è un legame più profondo e solido col mondo narrativo di questo grande regista. Come nell’intenso, disorientante e geniale “Forrest Gump” (94), un capolavoro, erano la “stupidità” e la leggerezza che intercettavano e “leggevano” il mondo della storia politica e sociale degli anni presi in esame, dandone un’interpretazione (un’ermeneutica…) che smascherava e annullava le ipocrisie che ne rendevano ostiche, difficili e chiuse la comprensione; qui è quella disarmata, ma estrema sensibilità, che in qualche modo accomuna Forrest a Mark, e che dà soprattutto la speranza. Non si tratta più di “interpretare” il mondo: ma di non farsene offendere. Di imparare a conviverci.

 

Il film dà un finale ottimista: ma non del tutto consolante. Mark continua con l’ansia dentro: ma vi resiste, accettando i rifiuti, come con la vicina; e, diventando più consapevole di sé, ha acquisito la fiducia che può vivere e affrontare il futuro. E andare ad assaggiare il sushi, come ci dice nel sottofinale. Zemeckis è un multiforme autore profondamente “americano”: nel senso che coglie le trasformazioni della sua società in modo attento, come in questo film, che osserva, con empatia verso le vittime, ma anche disincanto, l’imbarbarimento delle derive violente di razzismo e omofobia. Z. è sempre stato un grande affabulatore innovativo: ha sperimentato forme di narrazione digitale ben prima della perfezione attualmente raggiunta. Qui i sofisticati effetti speciali (SFX) e quelli visivi (VFX), ancor più complessi, sono fortemente presenti: ma è “come se non si vedessero”, tanto non sono invasivi. Essi sono strettamente intrecciati al narrare psicologico e alle sfumature del mondo di Capitan Hogie.

 

Ma il film non si sarebbe potuto fare senza il geniale contributo interpretativo dell’attore Steve Carell, che viene dalla commedia, ed è di una duttilità estrema: lo si confronti, per dire, col suo personaggio di Rumsfeld in “Vice. L’uomo nell’ombra”. Da dire che anche lui avrebbe voluto acquisire i diritti cinematografici del documentario, poi preceduto dai produttori di Zemeckis: e si è quindi proposto al regista. Il suo è un capolavoro di spaesamento e di forza; di partecipe e amorevole presenza sul suo mondo e di assenza da quello degli umani; di delicatezza e di vulnerabilità: ma anche finezza di umorismo.

 

 

 

Francesco Capozzi

 

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