Il verdetto

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 07 Novembre 2018 14:05

Londra, la Giudice Maye è alle prese col caso di un minore, Testimone di Geova , malato di leucemia che rifiuta, per motivi religiosi, una trasfusione di sangue per lui vitale. Sceglierà di interagire con lui, ma visaranno conseguenze.

Ah, ecco qui finalmente  un film (UK, 17) che piace a tutti! E ben a ragione.E’ tratto da un romanzo dell’affermato e valido scrittore IanMcEWan, che ne ha anche curato la sceneggiatura: ciò ha assicurato quel tratteggio così complesso non solo dei personaggi principali, la Giudice e il ragazzino, in sé, ma anche della loro relazione; come anche di quella di lei con suo marito. In realtà a volere il film è stato lo stesso scrittore, che l’ha proposto al regista Richard Eyre, suo amico, e con cui aveva già lavorato. E’ interessante seguire la genesi del romanzo e poi del film, come ce la illustra lo stesso scrittore in interviste: egli è partito da alcune sentenze dell’Alta Corte inglese, non su crimini, ma composizione e conseguenze di drammi nati all’interno di famiglie, e che riguardano rapporti coi minori, eredità, relazioni con ospedali, ecc.: sono esse stesse delle “storie” di vita. Una di questa è stata l’oggetto del film. Il cuore pulsante del film, però, riguarda non la sentenza, ma tutte le implicazioni che vi possono essere connesse. Innanzitutto l’”attore” della sentenza, non è l’astratto diritto, ma una persona in carne e ossa che la porta nel vivo di un concreto e spesso drammatico dibattito in tribunale: il giudice-persona, col suo carico di problemi, di “suoi” conflitti personali: con la sua umanità, più o meno equilibrata. Questa è, in un certo senso, la “furbata” del film.

 

Poi, quando il Giudice ha le fattezze di Emma Thompson…. Costei è una delle interpreti più espressive, duttili, colte, dotate di talento, fascino (senza essere bellissima) e personalità del cinema mondiale.  Qui “accompagna” con tutt’intera la sua persona, la sentenza  da lei pronunziata, nel suo sviluppo successivo. Lei, andando, in maniera inusuale, a trovare il ragazzo in Ospedale, ha voluto sincerarsi che non vi erano state della pressioni nei suoi confronti: anche se la sentenza era già data dal Children Act, dell’89, che prevede la salvaguardia del benessere fisico del minore in ogni e qualunque controversia che lo riguardi. Ma perché è andata in Ospedale? Da una parte per completezza d’indagine, dall’altra per umanità: ma poi, come si evince dai dialoghi successivi, per trovare delle risposte più complete e profonde al “suo” malessere, in un momento di forte fragilità, dopo che il marito (l’attore americano, bravissimo, Stanley Tucci), stanco della totale negligenza di lei rispetto al loro matrimonio, perché troppo presa dal lavoro, l’aveva momentaneamente lasciata. Privandola di una sicurezza affettiva, su cui lei, forse senza nemmeno più farvi consapevole attenzione, faceva affidamento: una parte fondamentale, benché silenziosa e diventata abitudinaria,  del suo equilibrio di donna. Il suo incontro col ragazzo, assai sensibile e intelligente, ha sortito l’effetto che lei si aspettava: riacquistarlo alla vita, come scelta, facendo leva sulla musica e la poesia. Però, a questo punto s’instaura la “dialettica negativa” che lo riguarda.

 

 

Adam si rende conto dell’enormità della scelta della sua religione, cui erano legati i suoi genitori e la Comunità amicale e di vita di riferimento, per cui in nome di essa, e del rifiuto delle trasfusioni per ragioni ideologiche, si condannava a morte un innocente; dall’altra, privo dell’affetto e della vicinanza dei genitori che continuavano nella scelta religiosa, si sentiva del tutto solo ed emarginato, senza più punti di riferimento. La sua richiesta di relazione con la Giudice doveva essere una risposta a questi dilemmi lancinanti in un momento di crescita e di cambiamento. Richiesta che, al di là della sua ambiguità, non essendo del tutto assente una larvata componente erotica, per quanto leggera e delicata, ma di tipo infantile-adolescenziale, non poteva essere ricevuta dalla donna. Il ragazzo che lo interpreta è Fionn Whitehead, già visto in “Dunkirk”, di una sensibilità profonda. Egliè lasciato solo davanti alle lancinanti difficoltà del suo vivere. Da qui la dirompente drammaticità del nucleo del film.

 

 

E di come la Giudice si ritrovi ad esserne impotente spettatrice, per quanto addolorata ed angosciata. Il regista Richard Eyre gestisce questi passaggi così articolati con somma chiarezza espositiva e controllo. Non solo: riesce a dare corposità cinematografica a queste reciproche fragilità utilizzando passaggi visuali non magniloquenti, ma di discreta e forte evidenza. Cito i suoi trasferimenti nella città: sempre in percorsi scenograficamente protetti e chiusi, col senso di spazi limitati, coi tempi sempre fluidi ma obbligati. E’ lasciato lo spazio necessario al prodursi delle emozioni del film, che non sono di immediata comprensione, ma necessitano tempi e attenzione ai personaggi, ai dialoghi e ai loro spostamenti fisici. Emozioni che provengono dal chiarirsi e approfondirsi di situazioni, relazioni e stati d’animo; non dalle semplici dichiarazioni dei personaggi. 

 

 

Francesco Capozzi

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