Opera senza autore

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 10 Ottobre 2018 16:31

Dal 37, fino agli anni 60 si incrociano le esistenze di Kurt, pittore in cerca di sé, e dell’algido Professor Seeband, senza che loro lo sappiano.

Il Professore, ginecologo di chiara fama, e cinico assassino legale di donne in nome dell’eugenetica nazista, ha condannato la dolce zia di Kurt. Riciclatosi sotto i russi, assiste impotente all’innamoramento di sua figlia con l’artista. La prima cosa da dire, signori miei, è che per vedere questo film v’ata purtà a’marenna (dovete munirvi di spuntino); oppure dovere essere “già mangiati”: dura la bellezza di 188 minuti. Ma ne vale la pena?Si; decisamente si. A parte qualche piccola, ma trascurabile, pausa narrativa, il film (GERM-ITA, 18) “tiene” e tiene avvinti. Il regista è il tedesco, già meritatissimo Oscar per “La vita degli altri”(06) -che nemmeno scherzava quanto a durata (128min)…- Florian Henckel Von Donnersmarck: il cui nome è tutto un programma… Infatti la sua famiglia è di pura nobiltà junkeriana: ma che viveva nella DDR (la Germania ex comunista). Ciò perché suo nonno era responsabile del Cerimoniale presso la dirigenza: ci vorrà pure un cristiano che sappia come si mangia a tavola, o no? E chi meglio di un Barone poteva farlo?…Però questo sguardo, interno al regime di Honecker, gli ha permesso di dare una descrizione dei ritmi di esistenza di quei paesaggi umani, molto realistica e accurata. Che non differivano poi troppo da quelli del nazismo. Anzi: ne erano la logica continuità di scenario ideologico e culturale; con la stessa grigia oppressione senza scampo. Come è stato appurato documentariamente, molti di quei criminali, specie nelle professioni mediche e giuridiche, nella ricerca scientifica e nell’alta tecnologia, si sono facilmente e felicemente riciclati, trovando spazio e agi nel regime. In cambio di un’accettazione verbale dei Nuovi Principi. Ma il loro cuore rimane Nero. Come è per questo medico, ginecologo di altissimo livello, consultato dai maggiorenti del nazismo, e che diventa uno scienziato di riferimento anche con i comunisti: ma il suo è un cuore che palpita su quei principi di eugenetica, di salute solo per i privilegiati, come era nel nazismo: anzi nelle SS di cui era membro; e che si compiaceva della sua figura in divisa allo specchio. Però il regista non lo fa diventare un cattivo hollywoodiano da burletta o da telenovela: ne fa comprendere la “normalità” banale, tutta intera all’evoluzione del regime comunista e dalla sua continuità repressiva col nazismo. Perciò quella durata è necessaria. Essa serve a non farlo diventare un personaggio apodittico: che deve, cioè, come i cattivi dei fumettoni Marvel, in poche battute evidenziare la sua funzione di antagonista. Il suo, da parte del regista sceneggiatore Von D., è un lavoro molto più sottile e profondo. La sua è una cattiveria quotidiana, di cui è profondamente e mediocremente intriso, con la presunzione e l’arroganza che viene dalla sua elevata professionalità: tradisce spudoratamente la moglie che lo sa, ma accetta, con la segretaria; ha della figlia una visione strumentale; disprezza l’arte e gli artisti; e in generale chi non è al suo livello; è anaffettivo. Il suo è un vissuto inconsapevolmente crudele: che emana tale dimensione attorno a sé; ci convive e se ne è corazzato.E’ un personaggio, sintesi dello spirito di diversi tempi della storia tedesca, dalla potenza brechtiana. Perché è assolutamente esemplificativo, in modi compiutamente interiorizzati, senza escandescenze  esteriori o gesti sopra le righe, di un intero regime: anzi di due regimi egualmente oppressivi, benché di natura sociale ed economica diversi. L’attore Sebastian Koch, sempre elegante e controllato, ne dà una rappresentazione di livello: del resto era pure nell’altro film del regista. Solo nel finale, davanti all’”Opera senza autore”di Kurt, con cui finalmente dispiega la propria maturità di artista,gli si piegano le gambe per il terrore della verità che, nonostante tutti suoi sforzi e l’ipocrisia, l’ha raggiunto: ma non è un redde rationem hollywoodiano: è il punto di partenza di un processo che ancora deve darsi. E’ stato Kurt, ispirato all’opera e la vita del pittore Gerahrd Richter, che ha sciolto e rivelato del tutto inconsapevolmente il mistero della “continuità” tedesca, di una “Germania, pallida madre”, titolo di una forte e vibrante poesia di B. Brecht del 33 e di un famoso film di Helma Sanders-Brahms dell’80, che ha difficoltà a mettere a fuoco davanti alla propria consapevolezza storica, la complessità e le difficoltà del cambiamento e della trasformazione culturale, pur avvertendone la necessità. In questo senso, il film è un’epopea di idee che si scontrano e si evidenziano nella carne e nella vita degli uomini: non è, però, ideologico. Perché approfondisce e dà spazio non a ipotesi prefabbricate, ma alla ricerca e a un confronto serrato e spietato sulle parti di una verità storica sfuggente che ci appartiene ed è dentro di noi; ma i cui lineamenti sono “fermati” al tempo ed individuati solo dall’arte: che, come dice il Docente di Kurt, ha in sé la potenza della verità, perché va nelle anime, nella vita delle persone: nella loro umanità, la costruisce e la dilata. L’esempio dei cinque numeri casuali che possono diventare i numeri della lotteria, è calzante: la vita, nella sua inseità documentaria, è fatta di momenti sottratti all’oblio e mantenuti vivi alla memoria. E’ un film che muta cromatismi, pur facendo avvertire la continuità degli spazi, grazie all’opera del bravo direttore della foto Caleb Deschanel, e delle intersezioni  e degli innesti narrativi assai riusciti (grazie al montaggio di  Patricia Rommel e Patrick Sanchez-Smith). E’ un’opera che sotto lo sviluppo narrativo piano e controllato, agitato da forti sentimenti e soffuso di grande romanticismo, ha un nocciolo di profonda riflessione. Il fatto che sia sfuggito a più di un critico (“cineclubbistici”, li ha definiti V. Caprara), indica la difficoltà di fare film intellettuali che non siano banali, pesantoni e presuntuosi.

 

 

 Francesco Capozzi

 

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