L'Atelier

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Venerdì, 15 Giugno 2018 11:40

A La Ciotat, vicino Marsiglia, dove una volta c’erano imponenti cantieri navali, Olivia, affermata scrittrice, tiene un seminario estivo di scrittura a dei ragazzi di periferia.

Tra di loro Antoine, pur dotato di talento, mostra insofferenza alla disciplina e all’accettazione degli altri. Il film (FRA, 17), regia di Laurent Cantet, è anche da lui scritto insieme a Robin Campillo: a sua volta, quest’ultimo, di origini marocchine, che spesso ha collaborato col regista, ha direttolo sconvolgente e celebrato “120 battiti al minuto” sul problema dell’AIDS, e sulla sua misteriosa, pericolosa e silenziosa rimozione cui stiamo assistendo, che nel 17 fu premiato a Cannes. Cantet nascee si formacome documentarista; e questo suo approccioalla realtà ha strettamente caratterizzato e personalizzato il suo cinema. Sia nelle modalità di scrittura e di stile adottati, che soprattutto nelle scelte tematiche. Ha ricevuto importanti riconoscimenti in patria e all’estero per due film: “Risorse umane” (99), che fu premiato come sua opera prima, anche se fu preceduto da un titolo del 97, e “A tempo pieno” (01). In quelle opere si affrontavano tematiche riguardanti la dimensione del lavoro e dei rapporti sociali, al di fuori di ogni moralismo e di quelle idee preconcette, di stampo genericamente buoniste e filo operaie a buon mercato. Ma, come nel successivo, riuscito e anch’esso pluripremiato “La classe/Entre le murs”(08), la presa d’atto dei problemi che attraversano la ricollocazione delle classi che una volta si definivano subalterne, passa attraverso la ricomposizione di un puzzle sociale che si è definitivamente rotto, e in cui le idee-guida mancano; e mancando queste, manca la stessa soggettività sociale. E ognuno, anche e soprattutto se povero e/o emarginato, si vive nell’isolamento di massa, senza nessuna possibilità di ricollocarsi socialmente, in un tessuto identitario aperto e propulsivo, che dia un senso culturale al suo futuro. Ciò che facevano le grandi narrazioni politiche del secolo scorso.Oggi non resta cheentrare nella pseudo community dei valori del consumismo, sia esso digitale e/o materiale, più becero e frastornante. O rifugiandosi in un ribellismo simil-religioso senza orizzonte, ma solo distruttivo e senza scampo. O nella pura criminalità.  La qualità autorale degli autori nel presente film è stata quella di domandarsi, al di fuori di ogni cliché e rimpianto sterile e residuale di una dimensione alternativa che non c’è (più): perché un Antoine, il vero protagonista del film, ragazzo delle periferie “resistenti”, benché senza futuro, di una città ex operaia, sensibile, intelligente e tendenzialmente talentoso, che ama i bambini, immerso, ma non istupidito dalla realtà contemporanea, simpatizza con le idee di destra? Perchéprova quel senso di contrarietà verso ogni elemento diverso e nuovo, fino ad arrivare a forme di aggressività razzista?Perché è pervaso da un senso distruttivo così imperativo e violento? Ebbene, questo è il ritratto dei ragazzi delle nuove periferie. Quelli che in ambienti una volta votanti à gauche, oggi sostengono Front National, se non organizzazioni più a destra. Perché la dissoluzione dei Partiti socialdemocratici, e la loro lenta, ma inarrestabile trasformazione in corifei della globalizzazione e sostenitori del finanzcapitalismo (Luciano Gallino), li ha resi sostenitori dei diritti individuali, ma ha fatto perdere ogni interesse per quelli sociali. Perché questa fase della vita civile, dell’intera Italia e non solo, in cui viviamo, è una postdemocrazia(Carlo Formenti), in cui le “vecchie” pretese riguardanti salari, welfare, lavoro e democrazia reale sono considerate “obsolete”, e non più oggetto di trattative o azioni collettive. E’ chiaro che Antoine, in modi confusi e postati sulla funzione quasi biologica del ribellismo, avverte questo profondo malessere. Gli autori fanno emergere tali contenuti dai serrati dialoghi, molto ben scritti, tra tutti partecipanti al workshop; in particolare tra lui e la docente. Intellettuale di buoni sentimenti, ma proveniente da quegli ambienti radical chic, di buoni sentimenti e orientati verso le classi subalterne: ma in termini generici e sostanzialmente sterili; se non coperti da condiscendenza e pretese paternalistiche. L’attrice francese, ma anche di origini italiane Marina Fois, offre una personale caratterizzazione con molte sfaccettature: c’è un senso di attrazione sotterranea per il ragazzo: ma la regia riesce a non banalizzarlo. Il suo rapporto coi discenti è vivo e articolato in molti segmenti veloci: li ascolta e si interfaccia collettivamente col gruppo, grazie ad un eccellente gioco di montaggio (la scafata MathildeMuyard). Come anche, grazie al montaggio, abbiamo il senso vivente della cittadina che li ospita: davvero avvertiamo come presente, grazie alla memoria e alle testimonianze, quel senso ricco di storia di una realtà di lavoro oramai consegnata alla storia. Del resto, come ha dichiaratoil regista, il punto di partenza è stato un vero laboratorio, però di cinema, da lui messo in piedi coi ragazzi di periferia: di questa esperienza ha mantenuto la freschezza e la felicità nel tratteggiare quell’essenza di empatia corale che caratterizza non banalmente  la  comunità. E da cui non si sottrae, nonostante le apparenze, Antoine (il belloccio e tenebroso, ma contemporaneamente aperto Mathieu Lucci): in lui lasceranno dei semi che lo porteranno a maturare. E anche il rapporto, assai difficile con la teacher, lascerà dei segni positivi sulla sua natura: lo aiuterà a abbandonare la violenza e accettare non passivamente forme di socializzazione. Tuttavia tali sviluppi si avvertono per successive interiorizzazioni: che lasciano quasi il ragazzo in situazioni di dilemma assai forte. Non è una comprensione di sé lineare, hollywoodiana, ma quasi per scossoni e con molti back return: come è normale che sia uno sviluppo e una crescita di sé all’interno di forticonflitti. Ma la fiducia nel suo talento e intelligenza è l’elemento psicologico dinamico trainante, molto ben centrato dallo script del film. 

 

 

Francesco Capozzi

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