Lazzaro Felice

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 06 Giugno 2018 13:00

Lazzaro è un giovane gentile e ingenuo che vive nelle campagne dell’Inviolata, una landa in disparte dal mondo, dove la proprietaria tiene con l’inganno la comunità di contadini in una specie di servaggio feudale, benché la mezzadria sia stata da tempo abolita.

A causa di un incidente è dato per morto: ma si risveglia una decina di anni dopo…. A volte è proprio difficile coniugare il punto di vista dello spettatore  cosiddetto medio con quello del lettore professionale (del critico). Per quanto mi sforzi di tenerli insieme, mi rendo conto che penetrare la sostanza narrativa di un film(ITA-GERM-FRA-SVIZZ, 18) così delicato e impalpabile, richiede uno sforzo di filtro poetico non banale. Che voglio dire?Che la regista e sceneggiatrice del film, Alice Rohrwacher, sorella minore dell’attrice Alba (presente anche in quest’opera), ha mostrato, al suo terzo lungometraggio, il consolidamento di un talento profondo e di una personalità autorale forte e consapevole. Ha affrontato la dissoluzione del mondo contadino, e il suoimbarbarimento, partendo da un fatto di cronaca, riguardante la tizia che realmente ha fatto come la Marchesa del film. La regista l’ha definito “il passaggio da un medioevo materiale a un medioevo umano”.Però l’ha affrontato da un punto di vista diverso: quello di Lazzaro. Il semplice che per rispettare l’amicizia e la parola data al “mezzo” fratello (lui non ha genitori) figlio della Marchesa, si ammala e poi cade vittima dell’incidente. Testimone del passaggio e della trasformazione di tutti gli altri, è l’unico che non cambia. Non ha alcuna pretesa di reagire a questa trasformazione: vorrebbe solo continuare ad essere se stesso; cercando di dare un senso a ciò che egli prova. Però, anche solo così facendo, diventa una cartina al tornasole: la prova provata che la trasformazione è brutale e irreversibile; e coinvolge e ha stravolto tutti, compresa Antonia, la persona più intelligente e reattiva, e che meglio comprende la ricchezza e complessità del giovane. Forse, però, in questa riflessione conclusiva, l’ideazione dell’autrice è meno articolata: e la raffigurazione di Lazzaro sfiora il “santino”. Comunque, il film non dà e non ha alcuna pretesa di “lezione” di sociologia. La penetrazione del mondo dei personaggi del film è tutta e solo poetica e psicologica. Anzi, proprio in questa chiave, è la sua riuscita. Non a caso, l’autrice cita commossa Ermanno Olmi, il Maestro da poco scomparso, che è stato tenuto presente nella tessitura, nello stesso tempo, nostalgica e documentariamente precisa di quel mondo. In un qualche modo “protetto” dalla stessa avidità della Marchesa: lo teneva insieme, ne amplificava la forte identitàcomune. Nella metropoli odierna sono accampati in quella “bolla” di metallo, chiaramente una metafora. Però stanno ancora insieme. Così reagiscono e si contrappongono magari truffaldinamente, ma certamente in modi anarchici, alle insidie del vivere nella modernità. Anche qui, la regista non giudica: accompagna con lo stesso affetto di prima la squinternata comitiva: ricorda il DeSica di “Miracolo a Milano”: non a caso numerose sequenze della II parte sono girate proprio lì. Il film si libra su questa dimensione di delicata commistione tra la memoria collettiva dell’antico e le necessità di reazione della dimensione urbana della seconda parte. Non solo attutendo, ma utilizzando felicemente in modo strutturale, la stranezza del “risveglio/resurrezione” di Lazzaro. In modo da far apparire normale un Lazzaro restato sempre ragazzino tra gli altri che sono tutti invecchiati. In questo è la qualità di scrittura della sceneggiatura, che collega con cura, credibilità e finezza i ritmi del fantastico con quelli della riflessione collettiva. Del resto, proprio la sceneggiatura è stata premiata a Cannes 18. Ha molto aiutato la riuscita del film il casting, assolutamente perfetto. Il ragazzino è un non attore di 19 anni, Alessandro Tardiolo, studente di una scuola dove si era fatto un casting, cui non si era nemmeno presentato: scoperto per caso, ha fatto resistenze ad entrare nel film. Convinto, si è rivelato la carta vincente. Frastornato, ma attento alle ragioni della sua essenza di “uomo buono”, riconosciuta per tale anche dal Lupo, vive con concentrata umanità la natura di cui è parte: ma anche la comunità cui appartiene, è profondamente parte della natura. Questa complessità ne esalta la funzione metaforica: ma lo rende vivo e simpatico. Nicoletta Braschi, la perfida e ipocrita marchesa, è cattiva senza essere cartoonesca: un’eccellente prova. Alba Rohrwachertraccia con molto equilibrio il viaggio interiore che ha operato in lei l’allontanamento dalla comunità: pure la Antonia giovane, l’attrice Agnese Graziani, da cui ha preso le mosse e ne è lo sviluppo, è molto densa. Alquanto mi ha colpito la fotografia della francese HélèneLouvart, che ha lavorato anche con Wim Wenders: la luce del borgo di Bagnoreggio, dove è ambientata la I parte, sviluppa il fiabesco nel caldo e partecipe vivere reale dei contadini. Mentre la II parte è caratterizzata da colori lividi e ingrigiti: invernali. Il montaggio della francese e professionista di lungo corso, Nelly Quettier dinamizza con morbida tensione il narrato. 

 

Francesco Capozzi

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