Deadpool 2

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Lunedì, 28 Maggio 2018 20:16

Wade, in tutina, e due spade similkatanedietro alle spalle, è Deadpool.

Irriverente e squinternato è alle prese di nuovi nemici, ma anche in compagnia di nuovi e ineffabili amici. Ryan Reynods, attore e sceneggiatore del primo, molto volle il primo “Deadpool” (16), tanto che lo produsse pure; come anche ha prodotto il presente film (USA, 18). Il divertente giocattolone che ne uscì colse un inaspettato successo: costato un 60 mln di dollari ne incassò 800. E’ ovvio che è stato realizzato il 2. Deadpool è un personaggio anch’esso del “Marvel CinematicUniverse”, quella congerie infinita di trame, personaggi e storie che possiedono una dimensione dal cuore profondovitale, direi quasi abissale. Però ha sempre avuto difficoltà ad essere rappresentato al cinema: tanto che Reynolds dovette faticare non poco per convincere la Twenty Century Fox a coprodurlo e a distribuirlo. Però la Fox pure ha fatto l’affaruccio: è entrata in società direttamente con la Marvel Entertainment Studios, che è diventata una delle più potenti Companies di Hollywood. Anche se la gran parte, e la più consistente, dei film Marvel sono targati Disney (mentre la Warner sta con la Dc Comics Studios, quella di Batman ecc. ). Questo Wade/Deadpool è uno che viene dalla strada: coatto e mezzo criminale, è sboccato, logorroico, narciso; ha un suo perverso senso dell’umorismo. Tratta con sarcasmo ogni forma di afflizione: a partire innanzitutto e soprattutto dalla sua. Egli è malato di tumore. Che sarebbe stato letale, se non si fosse trasformato, con le opportune “radiazioni” dello scienziato folle di turno, in possessore di superpoteri. Però tale consapevolezza di essere sempre in “bilico” nella vita, lo accompagna sempre: direi quasi ossessivamente. Ciò lo rende particolare: gli dà quel tipo di vitalità e di personalità davvero uniche. Sempre in limitato credito sulla vita, avverte la totale fragilità e provvisorietà di quello che fa. Perciò evoca così spesso la morte. Anzi l’affronta con molta spregiudicatezza: nel senso che proprio muore, pur sopravvivendo (non è uno spoiler….). Lui e la sua amatissima fidanzata si danno un tenero appuntamento in una folle ma assai romantica forma di amore perpetuo: un po’ alla Tim Burton. Del resto lei, interpretata dalla bellissima italo-brasiliana Morena Baccarin, si chiama Vanessa: nome che implica lo svanire…Lui ha il volto deturpato dalla malattia: anche se è del bel Ryan Reynolds, avvertiamo la ruvidezza mostruosa e lo spessore delle cicatrici al tatto delle dolci e sincere carezze della sua ragazza. Tutto il contrario del glamour.Ma questa irriducibileestraneità al politicamente corretto non si risolve in una macchietta: in una comicità demenziale di puro sberleffo; come pure ad Hollywood sanno mettere su. E questo grazie ai due sceneggiatori principali: Rhett Reese e Paul Wernick, cui si è aggiunto lo stesso R. Rey.Essi, in possesso di una vena comica rilevante, sono stati molto bravi nel connettere con un uso e un dosaggio millimetrico dei tempi narrativi e di dialoghi, gli elementi ironici, di pura comicità visuale, tipo slapstick classica a quelli dell’azione e degli sviluppi più drammatici delle psicologie dei personaggi. Tra cui il più complesso è quello dell’attore, a mio avviso bravissimo,JoshBrolin, che è presente anche nel citato “Avengers: Infinity War” nell’importante e determinante ruolo dell’altrettale contorto“cattivo” di turno.Qui è Cable, una specie di esecutore che viene dal futuro, che è portatore di un intenso dramma familiare: ma il suo nemico nel “presente” è solo un ragazzino grasso e imbranato, che ha superpoteri, e che potrebbe diventare cattivo. Però l’adolescente da Deadpool è “sentito” molto vicino a lui e alla sua formazione, anch’essa in balia di cattivi e crudeli maestri. E qui abbiamo Charles Dickens, tipo Oliver Twist, che va a braccetto con l’atmosfera Marvel, in una commistione riuscita... Del resto la “casa-scuola dei super eroi bambini”, vista in diversi film Marvel, ha una che di felicemente dickensiano: ma questo è un altro dato della loro complessità ideativa. In cui il dramma decolora nella commedia, e viceversa: esattamente come avveniva nel grande scrittore vittoriano. Ad esempio: quando Deadpool colpito sembra che si appresti a morire, si risolleva per ben tre volte con affermazioni e discorsi sempre più strampalati, allucinati e logorroici, che prendono di mira le tante morti “eroiche” di Hollywood: e ovviamente non muore. Oppure quando spezzato in due (dopo che all’inizio lo vediamo letteralmente fatto a pezzi…), “ricresce” e lo si vede con le gambette da pupino: insomma è una costante presa in giro: però meno fisica del primo film, dove prevalevano le pure gagsdi movimento. Qui, invece, sono più accorte ed eleganti. Come tali sono i compagni di strada: tutti super eroi di mezza tacca che si fanno eliminare come degli scemi nei modi più balordi possibile. L’unica che sopravvive è una tizia, l’attrice, energica fisicamente (nonostante la taglia minuta) e spiritosa ZazieBeetz, il cui unico superpotere è…di essere molto fortunata. Del resto, fin dal primo film Deadpool si manifestava come l’unico tra tutti i personaggi Marvel che dialoga direttamente con gli spettatori, discutendo, commentando e gigioneggiando a più non posso sulle sue performances: quiaddirittura fa dei commenti esplicitamente sulla stessa sceneggiatura. Magari diventa un po' un vezzo, però l’originalità metalinguistica resta intatta. Tuttavia a ciò si accompagna sempre uno sviluppo adeguato dell’insieme. Il film ha una potenza basica che muove con assoluta e armonica padronanza azioni, incontri, dialoghi e persone. Il regista David Leitch, voluto direttamente da Reynolds, è stato uno stuntman. Oltre ad avere il senso dell’azione, coordina il montaggio, curato da ben quattro professionisti, in un amalgama in cui convivono genialmente, ancor meglio del primo, umanità, irriverenza, simpatia, comicità e intelligenza. 

 

Francesco Capozzi

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