Loro 2

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 16 Maggio 2018 13:50

Nella solitudine cui si è autoconfinatoin Sardegna nel 2006, dopo la sconfitta elettorale di stretta misura, Brlsk si prepara alla riscossa: sono solo 6 i Senatori che permettono a Prodi di stare a galla.

Che ci vuole a comprarseli? Ecco la seconda parte del film sull’ex Cavaliere: anzi, essendo stato riabilitato, potrebbe riprendere il titolo. Perché una seconda parte? Perché, secondo me, sono diversi lo sguardo e la soggettività centrali della narrazione adottati nel secondo film (ITA-FRAN, 18). Nel primo era il rampante simil-Tarantini (Scamarcio) a sbavare da lontano, dalle periferie,per il desiderio di “entrare” al cospetto di Lui; e per farlo aveva trovato nel lenocinio lo strumento chiave: riempiendo la sua Villa vicina a quella del Cav di belle e disponibili in mostra permanente per lui per farsi notare. Ebbene: c’è riuscito; è riuscito ad “entrare”, sostituendo il troppo consumato simil-Lele Mora. Ora, però, la sua presenza, la sua funzione diventa del tutto irrilevante. Come anche quelle di tutti coloro che ruotavano attorno, desiderosi di rendergli dei servigi, a lui: ora è lui il protagonista. La sua è stata, nella prima parte un’epifania annunciata e in parte desiderata, da tutti coloro che in maniera consapevole o meno, ne subivano il fascino. Ma ora lui è. Nella pienezza strafottente, autoironica, ridevole, cinica, lucida e controllatissima della sua persona. Che strumentalizza, ripaga ed esclude tutti coloro che pensano di vantare dei diritti su di lui. E’ lui, e solo lui che decide come, quando, chi e in che misura, di beneficiare. Non è ricattabile. E’ inscalfibile. Compra e vende. Anime, cose, persone: tutto è merce. Ci sono alcune sequenze centrali, con dialoghi serrati e importanti. Ma anche alcune dichiarazioni di una forza unica, sorrette dalla teatralità potente di Servillo: ma che ben illustrano quella del personaggio. Come quando dice al Senatore, che non vorrebbe essere comprato (ma che poi, e con molto bon ton, e molte e inutili parole da radical chic farlocco “cederà”): “la psicologia contro di me, cosa produce? Niente. Quella che io faccio verso altri cosa produce? (mimando con enfasi con la mano una ruota che gira) Soldi”. Oppure quando “vende”, con un nome falso, ad una casalinga, da lui psicologicamente ipnotizzata, una casa in un Residence di quasi-lusso, che non esiste ancora. E’ un piazzista formidabile, che coglie e si collega all’intima fragilità, su cui si avventa con ienesca efficacia, dei soggetti cui si rivolge. E che ha pensato, come diceva Montanelli, di imbonire l’intera nazione: riuscendoci per vent’anni. Ma il regista non dà un giudizio su questo: anche se la desolazione e la distruzione di L’Aquila dopo il terremoto (in cui è solo un Cristo marmoreo a restare miracolosamente indenne), è la metafora dell’intera nazione.C’un confronto tra lui e Veronica (E. S. Ricci, bravissima), in cui i due si mettono a nudo con dialoghi molto fitti. In cui incalzata da Veronica, che lo conosce benissimo,vorrebbe spacciarle alcune “verità” da lui pudicamente preconfezionate, come quella dei 30 mln della liquidazione del padre, con cui, secondo l’auto-leggenda che ha messo su, hainiziato a costruire a Milano. E Veronica, spietatamente, gli ribatte: “E’ falso”: i primi capitali (110 mlrd di vecchie lire)sono, come si sa, di provenienza oscura e mai chiarita (mafia?).E comunque Berlusk, e solo davanti a lei, si sente sotto processo: perciò come davanti a dei Giudici “si avvale della facoltà di non rispondere”. Ma alla fine, da lui a sua voltasollecitata, anzi, proprio sfidata, alla domanda cloudel perché si era messo con lui, gli risponde con assoluta semplicità: ”Ero innamorata di te”; dopo di che il silenzio. Lui prima l’aveva vista da lontano, nuda, ancora bellissima e oggetto di desiderio: ma come un’immagine muta e chiusa, incapsulata nel buiodalla freddezza del loro reciproco mutismo. Non è gossip questo lato della narrazione: è la linea del privato che s’innesta anche violentemente colla sua dimensione pubblica, di uomo di Stato di B. Che anzi da lui sono violentemente contaminate: shakerate, nel più totale disordine e allegra anarchia. Ovviamente lui lo fa apposta: anzi enfatizza ed esagera; come fece con la Merkel, quando le disse di aspettare mentre stava a telefono; quando fa cucù, e tante altre bravate. Perché sa di piacere. E così, una volta libero da Veronica, ammette quelle che poi saranno chiamate le olgettine per le famose “cene eleganti”, nel suo privato. Ma lo fa con triste e solitaria protervia: come gli rinfaccia quell’unica ragazza che gli resiste, perché “aveva l’alito come quello del nonno”. Il film nella sua visualità insiste su questa dimensione di spazi illuminati a luce piena e tagliente, che denuda e opprime; con spazi sottoposti, grazie alla bravissima e pittorica scenografa Stefania Cella, a raggelanti geometriche composizioni. Il direttore della foto, Luca Bigazzi, crea una “mostruosa” illuminazione, che nasconde e ottunde. In questa fantasmagoria senza gioia si agita il Principe, nudo e solo: infinitamente triste. In fondo è questa la nota di umanità più “vera” che maggiormente gli si attaglia, una volta lasciato in solitudine. Ma non è che “copra” le altre, o attenui il giudizio e la considerazione di tutto il resto: esse convivono, nell’armonica e davvero misteriosa complessità del personaggio, di cui non si dà un giudizio univoco. E’ questa la profonda genialità dell’approccio di Paolo Sorrentino, e del suo sceneggiatore Umberto Contarello, che assicura la riuscita e l’originalità del film.E così, come un bambino abbandonato ad una festa di compleanno senza invitati, finalmente fa scoppiare il vulcano dei fuochi d’artificio, che aveva promesso di fare con ogni ospite: e lo fa da solo. E sullo spettacolo dei fuochi, si collega la piano sequenza del finaledel post terremoto di L’Aquila.

 

 

Francesco Capozzi

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