L'ordine delle cose

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Martedì, 27 Febbraio 2018 19:26

Un alto funzionario del Viminale è inviato in Libia ad assicurarsi che le operazioni di contenimento dei flussi di migranti provenienti dall’Africa, per cui l’Italia ha investito nell’armare e formare la marina costiera libica, sia ottemperante alle norme europee di rispetto dei diritti umani.

Il regista di questo film (ITA-FRA, 17) è Andrea Segre: noto e apprezzato sia nel “cinema di realtà” (il documentario) che in quello fictional. Anzi: ha dimostrato splendidamente come si possa eccellere nell’uno e nell’altro. La sua formazione è quella di studioso di problematiche etnografiche, ma sempre analizzate con particolare attenzione nella modalità della comunicazione: ovvero di come sono percepite nell’immaginario comune. Includendovi anche i modi per cui divengono oggetto di manipolazione e mistificazione a fini strumentali di demagogia politica. E il film l’ha anche sceneggiato insieme a Marco Pettenello, che è sceneggiatore esperto e di lungo corso: particolarmente attento alle realtà e alle sensibilità culturali e ambientali del nord est veneto. Come si riscontra anche nel delineare la personalità e l’ambiente di provenienza del funzionario, molto ben interpretato da Paolo Pierobon, attore preparato e colto di teatro e di cinema: ma che sta avendo successo soprattutto in tv. Questo film è davvero notevole: yes, un capolavoro. Si caratterizza molto a dispetto, anzi grazie, al suo stile apparentemente dimesso e musicalmente “in tollendo”, ovvero in sottrazione, nel trattare una materia così fortemente drammatica. Che si sarebbe potuta prestare a forzature mélò facilmente esorbitanti. Non solo: il suo stile è originale perché, rispetto al problema immane delle migrazioni, che ha valenze intercontinentali, assume un punto di vista che sembra nell’immediato anodino: quasi freddamente burocratico: del tipo “tu vai là e fai questo e quest’altro; e come hai fatto altrove risolvi tutto”. Che è peraltro il “gran pensamiento” dei politiconi che stanno a Roma: che nulla sanno e capiscono; nulla vogliono sapere e a cui nulla importa degli uomini, delle donne e dei bambini coinvolti. E’ un gioco di rifrangenze: le migrazioni vengono rese, a noi spettatori, come un “fastidio” che mette in crisi gli equilibri tra il “sentire” impaurito del “popolo” (su cui fanno leva i demagoghi) e l’incapacità personale e strutturale, politica e culturale di farvi fronte, da parte dei politicanti al potere, che governano (in questo caso) ben poco. A loro non importa nulla della fine che fanno i migranti nei campi di contenzione libica. Il film dà l’impressione visiva e narrativa di essere giocato come da lontano su una serie di specchi, anche se noi assistiamo in tempo reale alle varie fasi dell’avvicinamento alla verità del dramma: come se fossero episodi “capitati” a migliaia di persone, ma “viste da lontano”. Nel senso che le impressioni della crudeltà del regime cui sono sottoposti i migranti, sono “filtrate”, come assopite nei colloqui che questi funzionari, sempre in abiti e cravatta, in ambienti comodi e confortevoli, da solerti funzionari in carriera, hanno tra di loro. E ciò per creare uno spazio di lontananza tra i crudi fatti e le interpretazioni che ne restituiscono per dare un senso alla loro stessa presenza. Anche quando il nostro protagonista li vede in quei lager, prevale, da una parte, il fastidio per non aver messo in essere il dettato del “rispetto dei diritti umani”, che diventa un vuoto mantra, che l’Europa avrebbe imposto per sganciare finanziamenti, poi gestiti dall’Italia. Dall’altra, si certifica l’impotenza rispetto ai fatti, al di là, magari, delle buone intenzioni: ma è un balletto, un gioco delle parti, in cui il più serio è proprio quel “sindaco”, in realtà il capo di una banda di trafficanti di uomini al potere in uno di quei posti vicino alla costa, che impone con durezza e cinismo la sua legge; e che il nostro integerrimo funzionario deve sostanzialmente accettare. Anche se in un balletto di contorsionismi giustificatori, di tipo ipocritamente politici e diplomatici. Lui lo sa; e lo sanno pure i politici che fanno finta di “gestire” questo sconcio: ma così va. Il montaggio del bravissimo Benni Atria, anch’egli attivo tra cinema di realtà e di finzione, ci pone con asciutta evidenza la squadrataggine del pensare burocratico, ma non inumano del protagonista, e la ferrea evidenza della verità fattuale (direbbe il direttore Feltri interpretato da Crozza), di violenza e abuso: cui si arrende. Egli pensa di comportarsi come ha fatto vittoriosamente altrove: in più tentando di interessarsi ad una singola profuga somala. Ma dal confronto ne esce sconfitto, perché la natura del fenomeno migratorio è di proporzioni immani; ed egli nel finale non può che tornare nella elegante, asettica, calduccia lontananza confortevole e squadrata da linee geometriche e lineari, della sua famiglia perfetta e nella sua villa nel padovano. Il regista si è spesso soffermato sul “non estrarre dai numeri la persona, rimuovere il fatto che si tratta di singoli esseri umani”: perché questa è la logica delle migrazioni. Il film, genialmente, per documentare una materia di forte impatto cronachistico, disapplica, all’apparenza, completamente le regole della narrazione del reale: vi gira attorno; sembra che non ”vada sul pezzo”. In realtà vi va in modi laterali: documentando, in modi sobri ma efficacemente concentrati, l’impatto devastante che hanno sull’anima bella ma priva di strumenti interpretativi del protagonista. Dopo “Gomorra” (sia il film che la serie tv) , “Cesare deve morire”, questa di Segre è un’ulteriore, assolutamente innovativa declinazione di “cinema del reale”. Che dimostra, nel regista e in quel tipo di cinema, la vitalità artistica e creativa nello spazio che si è dato per seguire e documentare il confronto con le trasformazioni sociali in atto e lo stato dei diritti umani nel mondo contemporaneo.

 

Francesco Capozzi

 

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