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Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 07 Febbraio 2018 11:53

Giugno 1971: Katherine Graham, subentrata, dopo il suicidio del marito, nel controllo del Washington Post, mentre sta trattando una complessa manovra finanziaria per portare capitali freschi nel quotidiano, affronta la spinosa questione dei “Pentagon Papers”.

Questi erano dei documenti segreti che dal 45 al 67 illustravano le ragioni della presenza dell’esercito USA in Vietnam. Erano un’inappellabile chiamata in correo di tutte le amministrazioni Usa, Kennedy compreso, che si erano succedute: in Vietnam, nonostante tutti gli sforzi militari, l’escalation, la sopraffazione politica, le bugie e le mistificazioni messe in atto, compreso il fantomatico episodio dell’attacco all’incrociatore Usa nel golfo del Tonchino, che portò all’allargamento del conflitto contro il Vietnam del Nord, si sarebbe sicuramente perso. Le autorità lo sapevano. Avevano sempre mentito. Regista e produttore di questo classico ed epico film (USA, 17) è il maestro Steven Spielberg, tornato, dopo il mezzo passo falso di “GGG-Il Grande Gigante Gentile” (16), a livelli di cinema che ben conosciamo e amiamo. Su una bellissima sceneggiatura di Liz Hannah, appena trentenne, ma con già all’attivo tv series e ruoli di producer e di Josh Singer, più scafato e noto, il regista ha imbastito un film complesso, ma dallo stile ampio, con una nitida caratterizzazione di personaggi e situazioni. Da notare che lo sceneggiatore J. Singer aveva scritto il copione di “Il Quinto Potere” (13) su Wikileaks e del riuscito e accattivante “Il caso Spotlight” (15) sulla campagna del Boston Globe del 2001 che smascherava la copertura che il locale influentissimo arcivescovado aveva dato a numerosi e acclarati episodi di pedofilia da parte del clero; nonché della serie “West Wing” (03-06), tutta giocata all’interno degli alti livelli decisionali, spregiudicati e cinici, del potere politico. Insomma è uno che sa andare a fondo sugli intrecci tra gli ambiti della politica e la funzione che può avere in democrazia una stampa libera. La qualità della scrittura è nel tipo di protagonismo messo in luce. Sembra che sia di Ben Bradlee, il direttore del giornale, perché è quello più decisionale e diretto: in grado di cogliere le opportunità e la portata, nonché lucidamente anche i rischi, di tutta l’operazione in corso. Interpretato da un Tom Hanks ancora e tanto più bravo, perché ci rendiamo conto che nel corso della narrazione “cede” sempre più spazio, nel senso della consistenza, reattività e trasformazione psicologica, al ritratto femminile della Proprietaria, intrepretata da Meryl Streep. E’ lei che si palesa come la vera protagonista. La genialata narrativa del film è di aver spostato lentamente, con una maestria ineguagliabile “il peso” centrale dall’uno all’altra, facendolo definitivamente emergere in tutta la sua ricchezza: ma lentamente, grazie ad un complesso e sotterraneo lavoro “laterale”. Faccio un esempio: Tom Hanks parla alla moglie della situazione del giornale e del ruolo negativo che potrebbe, ma non è detto che sia così, avere la Graham nel non pubblicare i ”Pentagon Papers”, dopo che il New York Times ha mollato. La moglie, mentre lavora (è una scultrice) a modellare dell’argilla (già questa è una eloquente metafora, per quanto appena sussurrata), gli risponde in forma pacata, ma densissima, che le pressioni su quella donna sono enormi. Tutti si aspettano che sbagli: “la vedono come attraversandola con lo sguardo”; è donna: per tutti gli altri, compreso il marito, fuori posto; non hanno fiducia nel suo fare. E questo è il punto di raccordo che sposta diegeticamente (narrativamente) il “peso” dell’equilibrio e del senso del film. Ma mette in evidenza la pluralità dei personaggi: è il giornale, in tutte le sue maestranze a mostrarsi protagonista. Vi sono dei veloci frames che ricordano dei film Usa anni 40 e 50 sulla stampa e il suo valore di “guardiano della democrazia”. Tesi peraltro sostenuta dalla stessa Corte Suprema in quella sentenza, citata nel film, e che ha segnato anche il futuro: si pensi al caso Watergate, accennato del resto, con leggera ma chiara menzione, nel sottofinale. Quando Spielberg realizzava il film si pensava che alla Casa Bianca sarebbe arrivata Hillary Clinton: Trump era considerato un buffo personaggio, appariscente e volgarotto, non credibile come concorrente. La sua vittoria, anche grazie al complicato sistema elettorale presidenziale USA, che non è suffragio diretto, ma per delegati, nonostante che abbia riportato meno voti della Clinton, ha spiazzato tutti. Ma, soprattutto, sta preoccupando tutti gli osservatori per l’insofferenza, proprio violenta e fisica, mostrata verso le critiche della carta stampata. In Usa i grandi quotidiani sono per lo più di orientamento Democrat: benché siano in crisi per vendite e influenza, hanno ancora grande prestigio. Che viene dall’essersi conquistati sul campo le loro medaglie nella difesa della democrazia. E l’episodio narrato nel film ha questa portata esemplare. La Graham e il suo giornale, di fatto portarono a processo mediatico anche McNamara, Kennedy: persone cui era legata anche personalmente. A parte i gravi rischi giudiziari e la minaccia da non prendere alla leggera di avere contro l’inferocito Nixon allora all’apice del potere, c’erano anche affetti, legami e memorie personali che si sarebbero spezzati e compromessi. Eppure questa che all’inizio ci appariva come una donnetta, dall’abbigliamento sempre smorto e anodino, impegnata solo nelle cene, nei parties e negli eventi mondani, di scarso spessore culturale (all’inizio sta imparando come una scolaretta le dichiarazioni da tenere ai big della finanza); perfino intimidita dall’essere l’unica donna in quel consesso di sapientoni e squali, che la trattavano con insopportabile condiscendenza, attraverso un processo di consapevolezza, mostra coraggio e grinta. Ma lo fa sempre con quell’andamento caratteriale ed esteriore che la fa sembrare, e le foto riportate di lei danno quest’impressione, un’amabile maestrina di scuola primaria: gentile, educata, sempre sobria e inappuntabile nell’abbigliamento e la cura della persona, pronta a sorridere: una signora d’antan; ma fermissima nelle sue posizioni. La Streep, sappiamo, è un mostro: può fare tutto. Ma qui eclissa e raccoglie su di sé l’energia dell’intero film. Ne è un moltiplicatore. In questo supportata benissimamente dalla sua storica voce italiana: che è di Maria Pia Di Meo, una colta attrice di grande talento. I toni della voce, quasi queruli e piagnucolosi dell’inizio, sono quelli di una donna che è strappata alla confortevole e ovattata sicurezza dell’irresponsabilità; e che dal calduccio del non pensare, deve muoversi al freddo del mare aperto della vita. Ma tale percorso e trasformazione è la linea dell’intero film. La foto, del grande Janusz Kaminsky che ha continuamente e creativamente collaborato con Spielberg, esprime la cromaticità dell’epoca: tra immersioni nel differenziare i colori prevalenti nei momenti delle scelte e quelli nei rapporti con l’establishment. Assai importante è la qualità del montaggio. Noi non ce ne accorgiamo: ma l’uso del crescendo interno ad ogni singola inquadratura è profondo e curatissimo ed è prodotto da un uso assai puntuale e mosso, senza essere veloce, del montaggio. Curato dal bravissimo Micheal Kahn, che, come Kaminski ha sempre lavorato col maestro; l’altra montatrice è Sarah Broshar: da assistente in tutti i suoi film è diventata montatrice ufficiale insieme a Kahn.

 

Francesco Capozzi

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