Star Wars. VIII Episodo. Gli ultimi Jedi

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Venerdì, 29 Dicembre 2017 11:19

Noi abbiamo lasciato, nel VII Episodio Il risveglio della forza, la trovatella Rey, che si era battuta vittoriosamente con l’erede del Lato Oscuro della Forza, Kylo Ren, e alla ricerca dello Jedi Luke Skywalker. Rey è dotata inspiegabilmente di poteri simil Jedi, e restano ancora avvolte nel mistero le sue origini. Ora la caccia alle forze residue della Federazione, portata avanti dal Primo Ordine e dal suo Leader Supremo, lo spietato, cinico Snoke, sembra che stia avendo il sopravvento, nonostante la venuta del Jedi Luke. Orientarsi nel mondo di “Star Wars” è arduo: la Saga, una delle più imponenti, potenti (a mio avviso la più potente), complesse e riuscite dell’intera storia della comunicazione artistica, sia essa letteraria, tv o cinematografica, del secolo scorso e del presente, nasce nel 1977. Il primo film si chiamò da noi “Guerre StellarI”; poi continuò con “L’Impero colpisce ancora” (80) e successivamente con “Il ritorno dello Jedi”(83): con questo titolo si chiuse la trilogia: ma essa era già stata immaginata come seconda: infatti i titoli originali indicavano sempre “Star Wars. Episode IV”, “V“ e “VI”. Perché? George Lucas aveva immaginato l’intero ciclo in una ennealogia (nove titoli), composta da tre trilogie: ed era partito da quella centrale. Nel 1999, dopo ben tredici anni dall’altra trilogia, “attaccò” col primo titolo di quella che era stata progettata come prima: “Star Wars. Episodio I. La minaccia fantasma”; a seguire “Star Wars. Episodio II. L’attacco dei cloni” (03), e poi “Star Wars. Episodio III. La vendetta dei Sith” (05). Tutti e tre da lui diretti, erano volti ad esplorare le “ragioni” psicologiche e narrative che avevano portato all’esistenza di Darth Vader e all’assetto tirannico contro cui si battevano i personaggi della II trilogia, che, come ho detto, fu la prima ad essere prodotta. Vi sono stati due spin off al cinema (senza contare i cartoni dell’”Expanded Universe” in tv e sulla console): uno dell’84 (il delizioso “L’avventura degli Ewoks”) con un suo sequel solo tv; e l’altro, molto più recente e riuscito “Rogue One: a War Star story” (15) di Gareth Edwards (stranamente questo è il titolo italiano, l’originale è più semplice: “Rogue One”). Da aggiungere anche che, nel frattempo, la Lucas Film è stata venduta alla Disney per svariati miliardi di dollari. Mentre il film precedente “Il risveglio della forza” poneva la “cerca” (la medievale ricerca, “quest”), come punto centrale: ora, in questo (USA, 17) Luke Skywalker, ritrovato, è restio ad entrare nell’agone della lotta: è pavido? No: noi avvertiamo delle ragioni più profonde: che corrispondono a dissidi che lo macerano sull’uso stesso della Forza e sui destini e la stessa necessità della presenza stessa dei Maestri Jedi; da lui messa in discussione. Questa consapevolezza della possibilità che il controllo venga meno, e che quindi ciò che è assolutamente buono diventi assolutamente cattivo, lo assilla e lo blocca. Il suo fatalismo è in relazione al fatto che i peggio di tutti sono proprio i Jedi che travalicano la “linea” e si portano nella Parte Oscura: essi ne diventano alfieri e custodi; e d’altronde è suo figlio lo stesso Kylo Ren che egli stava per uccidere. Egli si trova ad avere da padre, a parti invertite, lo stesso tipo di confronto che aveva avuto da figlio, trent’anni prima, nello scontro epocale con Darth Vater: e ciò lo dilania angosciosamente; ed è uno dei punti di forza drammaturgici del film. E la personalità del figlio, Kylo Ren, segnata da questo conflitto, ha una complessità e una duplicità ancora più drammatica e distruttiva: lo interpreta il fine attore Adam Sadler, che sa scorrere da ruoli intellettuali in film di nicchia, in una grande prova di forza caratteriale, come in questo blockbuster, con assoluta semplicità. Sono tutti conflitti che il perfido Snoke, anch’egli un Maestro Jedi, ben comprende e utilizza con grande e malvagia spregiudicatezza. Come si vede, sono tutti soprattutto degli ampi conflitti psicologici: si ritorna al cuore stesso dell’intera saga, a ciò che si era visto negli episodi iniziali del 77 e dell’80: i più belli e intensi. Dove il conflitto shakespeariano tra le generazioni s’innesta in una riflessione metaforica sul potere. Il film del 15 e soprattutto il recente si approfondisce in queste tematiche, le rende motivazionalmente più sottili e articolate; e si arricchisce della presenza dell’eroina Rey, la risoluta, ma anche dolce e femminile Daisy Ridley, che è il vero tramite tra le varie situazioni, e ne è l’elemento propulsore: è lei che fa incontrare e scontrare i vari personaggi. Anzi, per l’importanza del suo ruolo, addirittura il film in Usa è stato attaccato da ambienti politici alt-right, di destra iper-tradizionalista. Perché il baricentro si è spostato molto al femminile: a detta di questi egregi c’è una vera e propria “agenda femminista” dietro le scelte degli sceneggiatori. Ma si sa che la produttrice principale del film, una di quelle personalità forti di Hollywood, Kathleen Kennedy, ha molto insistito che negli ultimi film della saga, il protagonismo fosse al femminile; del resto è stata una scelta vincente già in “Rogue One”. Questa complessità psicologica è il fulcro su cui di distende tutta la narrazione avventurosa, la rende comprensibile e appassionante, perché sorretta da ragioni non superficiali. E i personaggi anche comprimari hanno maggiori “ragioni” e motivazioni da portare nel loro fare. Così è la Principessa Leia, ora Comandante delle forze ribelli: la sua presenza esprime la sua dignità e il suo desiderio di libertà, ma anche di responsabilità, in un momento di grande difficoltà della lotta; il suo rapporto con Luke è profondo anche da lontano, e ne coglie tutte le sfumature di sofferenza: l’attrice Carrie Fisher, ne ha dato un’interpretazione memorabile: il suo canto del cigno, perché è venuta a mancare a film concluso. Mark Hamill, nell’interpretare Luke trent’anni dopo ne ha dato una raffigurazione assai concentrata, dolente e profonda: quasi solenne. I due si sono rincontrati nell’età, più che matura, prossima alla senile: hanno portato un carico di intensa umanità e di consapevolezza, che fa superare quel senso di malinconia nel confrontarli con le loro giovinezze, viste nei film degli anni 70 e 80. Le scelte di sceneggiatura che li riguardano sono state genialmente spiazzanti e di grande sensibilità: lo stesso regista Rian Johnson è stato anche sceneggiatore. Scelto da J.J. Abrams, che ha diretto l’episodio del 15, ha mostrato, prima di questo film, talento: ma qui c’è del genio. La sinfonia di azione, di avventure, di colori e di atmosfere e mondi fantastici procede, a contatto con uomini e donne straordinarie, come un sogno ininterrotto colorato e potente. Un’unitaria sinfonia cinematografica. Il montaggio di Bob Ducsay è “maschio”: nel senso che dà un’esemplare forza all’azione, ne fa cogliere l’insieme epico in numerose e diverse, velocissime sfaccettature, senza essere forsennato: del resto si è fatto le ossa coi molti film d’azione tratti da fumetti. Molto importanti e di gran valore gli effetti visuali: curati da Richard Bain, Ben Morris e Michael Mullholand e tutta la factory della ILM (Industrial Light an Magic, la company di Lucas), essi sono magnificamente e assai fantasiosamente di supporto. Senza mai essere inutilmente predominanti.

 

 

Francesco Capozzi

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