IT

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 08 Novembre 2017 11:01

Anni 80: sette ragazzi “perdenti”, indicati come tali dal resto della scuola, si scontrano duramente con il pagliaccio assassino, “Pennywise”, che fuoriesce dalle fogne di Derry, nel Maine, ogni 27 anni a caccia di bambini da divorare. Già nel 90 fu fatta una serie tv su questo libro di Stephen King, uscito nell’86, con Tim Curry nella parte del mostro. Lo scrittore è oggi unanimemente indicato come uno dei massimi statunitensi: non più limitato (nel senso di “segnato”) dal genere horror. E “It” è considerato uno dei suoi capolavori. Le dinamiche colà descritte appartengono ad una delle più sofisticate e profonde antologie di riflessioni sui traumi dell’età adolescenziale, affrontati in chiave di metafore psicologiche collettive. La sua apparente “semplicità” espositiva, comune a quasi tutta la sua produzione, l’ha resa immediatamente un’inesauribile miniera di ispirazione cinematografica. Ma il procedere della sua scrittura ha l’apparente sicurezza del ghiaccio sull’acqua: si può sbriciolare e ti fa cadere. Essa si regge su un sottile e impalpabile equilibrio tra la visionarietà plastica, prodigiosa, delle sue raffigurazioni e uno stile fatto di un tono conversativo, di per sé come distaccato, adottato come filtro: egli è uno “storyteller”, come è stato detto. Un originale, unico “narratore-di-storie”, come lo erano i nostri lontani avi attorno al fuoco. Noi ne siamo, contemporaneamente, affascinati e avviluppati; ma ne restiamo anche distaccati in questo miracoloso e irripetibile procedere stilistico. Da qui l’enorme difficoltà nel tradurre per immagini lo scrivere di King: del resto, non casualmente, è da notare che i peggiori film kinghiani sono proprio quelli diretti dal Maestro in persona. Bisogna penetrare nel nucleo profondo della sua scrittura, individuandoneil livello veramente essenziale: per poi tradirlo…Come ha fatto il puro genio del cinema Stanley Kubrick in “Shining”(USA, 80); o Rob Reiner in “Stand by me/Ricordo di un’estate”(USA, 86): tutti e due stupendamente tratti da romanzi di K. Anzi, quest’ultimo, da Valerio Caprara, è stato giustamente accostato al presente “It” (USA, 17). Il suo regista, l’argentino Andrés Muschietti, ormai operante a Hollywood, insieme alla sorella Barbara produttrice del film, si è avvalso di un gruppo di sceneggiatori tra cui spiccano Gary Dauberman, con una forte propensione per pellicole horror, tra cui i due “Annabelle”, e Cary Fukunaga, che oltre ad essere sceneggiatore della fortunata e riuscita Tv Series “True Dedective”, ne è stato anche regista. La domanda è: come hanno affrontato la sostanza narrativa e tematica del libro? Quale parte hanno trasposto in pellicola? Secondo me, gli sceneggiatori hanno rispettato i contenuti psicologico-sociali essenziali dei sette protagonisti; dando spazio anche, ad esempio, ai loro persecutori, alle dialettiche familiari, ecc. Ovvero come questo piccolo paesotto sia mostruosamente normale: fa parte della conformata realtà del vivere comunitario, da tutti accettata come una quasi religiosa fatalità, che i bambini scompaiano. A nessuno interessa realmente il loro destino: Derry odia i bambini e gli adolescenti. Ne fa carne sacrificale. Questo è il vero horror. E’ qui che alligna il Mostro: il sistema reticolare di fogne è la metafora del vivere civile dello “Sprofondo Usa”, quell’immensa periferia urbana lontana dalla grandi città, di cui Derry è un simbolo e una sintesi. Hinterland-tipo allocata sia sulla linea della Rusty Belt (la “striscia” degli Stati della recessione industriale Usa), che della “Corn Belt” (quella agroalimentare); la stessa, per intenderci, che ha votato, e continuerebbe a farlo a tutt’oggi, nonostante le ripetute gaffes e marchiane incapacità politiche, Trump for President. Che fa del vivere con le armi offensive accanto, un rito fallico-pagano di primitiva sopravvivenza. Pennywise è l’incarnazione grottesca, qui in abiti raffinatamente rinascimentali , di questa dimensione diffusa. Però il mostro, cinematograficamente, è stato affrontato in modi impeccabilmente horrorifici; anzi: supportato da una visionarietà adeguata, singolare, forte ed efficace. E credibile, dal punto di vista del genere narrativo. Questo doppio passo ben ritmato nelle sue componenti è la forza del film. Il lavoro del montatore, Jason Ballantine, australiano, che ha lavorato in film horror, è stato egregio nel collegare i ritmi e i tempi delle scene di vita adolescenziale dei protagonisti col loro vivere quotidiano, più o meno immerso in ulteriori incubi domestici, con quelli della vicenda mainstream. Ma è stato il regista che sapeva esattamente dove andare a parare; quale tipo di tensione doveva prevalere nell’intero film. Su quale tipo di spazio psicologico, abilmente costruito in ognuno, si doveva innescare la saga del terrore vero e proprio. Ovviamente gli imput erano letterari: ma l’utilizzarli in un modo o in un altro sono scelte di direzione; in cui non mancano spazi di simpatica comicità. Pennywise ha una sua storia, accennata brevemente nel film; e perfino una sua distorta umanità. Ad esempio, realmente al dunque mostra le sue paure; ma soprattutto manifesta una sua malefica eleganza. La scelta di vestirlo con quegli abiti da personaggio dei quadri di Velasquez è stata geniale: Janie Bryant, la brava e talentosa costume designer, ha fatto un lavoro d’un raffinato assolutamente spiazzante, cui forse non è estranea l’intuizione dello sceneggiatore della bambola assassina “Annabelle”. L’attore Viktor Skarsgard, figlio di Stellan, ne dà un’interpretazione di paffuta, ma crudele follia. Il film è stato acclamato come uno dei successi dell’anno: costato 35 mln di Us doll, quindi un budget medio-basso, ne ha incassati quasi 10 volte tanto.

 

Francesco Capozzi

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