Gatta Cenerentola

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Martedì, 31 Ottobre 2017 12:46

Napoli, giorni nostri, in una nave alla fonda vive la piccola Cenerentola, dopo che Vittorio Basile, l’industriale visionario, ucciso in circostanze misteriose, l’ha lasciata orfana, nelle mani della bellissima e ambigua matrigna e della sua violenta figliolanza. La nave, Megaride, fa parte di un grande piano d’investimenti e di riscatto culturale di Napoli, andato in frantumi per la sua morte. Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Rak sono i registi e sceneggiatori di questo splendido film d’animazione (ITA, 17), interamente made in Naples, presso gli Studi della Mad Entertainment. Colui che ha coordinato il tutto è il vulcanico imprenditore e gestore cinematografico napoletano Luciano Stella: la sua è una figura di producer creativo, colto e amante del cinema, che ha dato impulso a questo e altri film della Mad; trovando un percorso originale e innovativo all’interno della creatività e cultura partenopea, di cui è parte. Con quest’opera lui e i suoi autori sono definitivamente usciti da quell’aura di aristocratica intellettualità che ha caratterizzato la produzione precedente, pur valida e interessante, della Company. O, per meglio dire, hanno saputo collegare gli alti livelli di cultura, non solo cinematografici, presenti e orgogliosamente definenti la loro identità, in contesti narrativi di presa emotiva, con personaggi e situazioni dotate di autentica forza, sia umana che narrativa e tematica. Voglio dire: nella struttura narrativa del film, i suoi rimandi vengono da lontano. Ad esempio, c’è molto cinema noir, sia USA che francese, nel personaggio della Matrigna e nel suo ambiguo e distruttivo rapporto co’ Rre, molto ben sostenuto dalla voce forte, vissuta e sensuale di Maria Pia Calzone; però è anche figlio della Sceneggiata, di quei personaggi femminili immortalati nei film con Mario Merola e altri. Inoltre affiorano anche elementi diegetici ancora più remoti: penso alla Fedra, più che di Euripide, di Racine, col suo carico di complessità e mancate certezze (più che vere incertezze) psicologiche. Però l’insieme è calato in un gioco narrativo libero e inarrestabile: non diventano diaframmi intellettualistici. Così anche il cattivo, interpretato da Massimiliano Gallo, attore di grande duttilità, è reso con folle e contemporaneamente fragile protervia: ma anche questa complessità è inglobata nel generale. Assai potenti e originali sono l‘uso e la raffigurazione della Nave. Qualche critico ha parlato di rimandi a “Blade Runner”: a me invece ha fatto pensare alla profondità, oscura, stratificata, densa di oggetti e minacciosa della Nostromo, la nave di “Alien”. Comunque è da mettere nella dovuta positiva evidenza la valenza di “personaggio”, non mero e passivo contenitore della fabula, della nave. In queste coordinate si sviluppa la crescita della ragazzina protagonista: c’è la complessità del suo personaggio di adolescente in cerca di una sua via. Essa si manifesta tra i rimandi alla personalità amata dello scomparso padre, pur tuttavia presente nelle forme “monaciellesche” (quindi di rimando alla cultura popolare) di entità benefica, e la sua ricerca di affetto, perfino da parte della Matrigna. Inappuntabili il montaggio e la direzione della fotografia. Vorrei concludere facendo mie le parole sul personaggio di Vittorio Basile (che mette insieme e rimanda a Vittorio De Sica e Giambattista Basile, l’autore secentesco della novella), il visionario padre di Cenerentola, dette nel film da Primo Gemito: “Se non fosse per quelli che ne fanno una questione personale, questo mondo sarebbe abbandonato a sé stesso”. Roberto Saviano ha giustamente letto in queste una nota non moralistica di speranza e di riscatto collettivo per la nostra città, che viene dalla fantasia che diventa imprenditoria e immaginario sociale. 

 

Francesco Capozzi

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