Cuori Puri

Scritto da  Pubblicato in Recensioni Giovedì, 08 Giugno 2017 17:00

Stefano, “guardione” al supermercato, becca Elena, che ha fatto taccheggio di un telefonino. Impietosito, la lascia andare. Viene retrocesso a far da guardia di un parcheggio, dietro a un Campo Rom. Ma Elena, benché cattolicissima e in procinto di fare la promessa di arrivare vergine al matrimonio, ha deciso di incontrarlo. “Un cinema che in un modo o in un altro è capace di esplorare il territorio di mezzo tra finzione e documentario: un cinema che vuole essere prepotentemente vero”: così ha dichiarato Roberto De Paolis, regista e sceneggiatore, insieme a Luca Infascelli, già noto e maturo, Carlo Salsa e Greta Scicchitano, a proposito degli intendimenti del film (ITA,17). De Paolis, qui al suo primo lungom., dopo un paio di corti selezionati in giro per numerosi Festival, professionalmente è un raffinato operatore dell’immagine, sia come fotografo che come videoartist. Quindi le sue sono scelte meditate di stile e di drammaturgia. Egli ha ribadito inoltre che il “film si è costruito da solo”, nel senso di una ricerca ambientale, nella borgata di Tor Sapienza, a contatto coi Rom, ecc., portata avanti insieme ai due attori protagonisti (Serena Caramazza e Simone Liberati, che è anche apparso in “Il permesso. 48 ore fuori”), tutti alla prima esperienza importante e non professionali. Essi sono venuti a contatto con le varie esperienze illustrate, misurandosi direttamente con le impressioni psicologiche maturate: analizzandole e dando loro vita in sede di sceneggiatura. Il regista, che tra l’altro ha anche prodotto il film con la sua società “Young Film”, ricorda, in questo metodo di lavoro, l’inglese Mike Leigh, che fa mettere “in abisso” i suoi attori, però tutti rigorosamente professionisti, immergendoli integralmente nel mondo costruito sui personaggi cui dare vita; perfino nelle sue sfumature di quotidiano. De Paolis ha altresì parlato dei suoi come di “attori sociali”, nel senso di portatori di specifiche e ben identificate problematiche di ruolo all’interno di quegli spazi che erano chiamati a coprire, “reinterpretandoli” per noi sulla pellicola. Ma il dato positivo è che il regista è riuscito a padroneggiare tutte queste premesse metodologiche, realizzando un film che “si tiene” narrativamente; ben fatto tecnicamente, piacevole a vedersi: un bel film. Presentato alla “Quinzaine des Réalizateurs” 17, la prestigiosa rassegna collaterale di Cannes, dedicata a opere prime o sperimentali, ha ottenuto lusinghieri apprezzamenti da critica e pubblico festivaliero. La forza del film è di dare non solo visibilità, ma umanità e complessità, a persone che non sono solo “figure” illustrative di tesi socio-politiche, ma personaggi. Essi però sono denotati chiaramente come appartenenti a quegli ambienti: però drammaturgicamente non ne sono limitati. Stefano vive una situazione di forte disagio familiare: vorrebbe essere autonomo dai genitori, sfrattati, viventi in una situazione di spinto precariato sociale. E’ allontanato dal lavoro di Guardia Giurata, vivendo in un ambiente degradato, lui stesso non immune da comportamenti bullistici, approda allo spaccio di roba, lì considerato l’ultimo necessario approdo. Ma questo ruolo lo vede in preda a dilemmi morali. Quindi mantiene una sua sostanziale integrità. Ma è Elena la più complessa. Condizionata da una madre presentissima e terrorizzata dal mondo, vive in una Comunità parrocchiale, che è un po' un argine, ma anche una prigione dorata, rispetto alle brutture della contemporaneità. La madre vorrebbe che lei facesse la “Promessa di Verginità” prematrimoniale, per preservarla dalle sicure infelicità e mantenerla nel controllo domestico: ma lei ha conosciuto Stefano e se n’è innamorata; e gli si è data. Quindi inscena una violenza, per giustificare la perdita della verginità. L’occhio degli autori su questi fatti non è giudicante. Cioè: è attento e dice le cose come stanno; ma non ne trae alcun giudizio moralistico tranchant. Ma legge queste distonie comportamentali, come aspetti di una personalità complessa e combattuta. Animata da differenti e contraddittorie spinte, tutte motivate, a ben vedere, da un’indole generosa e sensibile: l’amore da lei conosciuto con forza e intensità; l’affetto profondo per la madre. Ma questa flessibilità d’attenzione non è solo su di lei, ma anche sulla Comunità parrocchiale molto attiva nell’integrazione dei Rom e nel volontariato, cui appartiene. Anzi, si sforza di comprenderne le ragioni del fare; coglie le motivazioni di persone pensanti e sensibili che fanno una scelta singolare e impegnativa, che ci lascia perplessi: ma non per marchiarla con la critica ispirata ad un facile cliché laicista. In questo, il ruolo del Sacerdote, l’attore Stefano Fresi, è fondamentale, perché esprime una modalità equilibrata e non macchiettistica di dare corpo e motivazioni ad una scelta così difficile. Vedere l’oversize Fresi, in un ruolo molto ben congegnato, non da commedia, ma ricco di umanità e simpatia, colpisce e incuriosisce, e dà al film ulteriore valore. Come anche la madre, l’attrice Barbora Bobulova, non è la beghina ipocrita, isterica e intollerante, quale ci aspetteremmo. Certo il regista non eccede in giustificazionismo: ma il ritratto di una donna che vive con angoscia il suo ruolo di madre è reso con attenzione ad un’umanità molto sofferta e ravvicinata. Da notare che sia Fresi che la Bobulova, come anche gli altri comprimari Eduardo Pesce, l’ambiguo Lele, e Antonella Attili, la madre, tutti attori di riconosciuta bravura e solida professionalità, si sono sottoposti agli stessi ritmi di ricerca creativa imposti dal regista per i due protagonisti sul “campo”. La narrazione adotta stilemi del cinema di realtà: ma il suo senso dinamico è stato concepito su un ampio orizzonte, non solo documentaristico, ma drammatico. E’ una forte e potente storia d’amore, come ha tenuto a precisare il regista, quella cui assistiamo: in questa chiave, la scena di intenso e vibrante sesso tra i due, “serve” a mettere in evidenza la completa rottura che i due fanno con ciò cui appartenevano precedentemente. Un punto che mette in crisi: ma cui faranno riferimento e ritorno per la loro crescita. Oltre alla egregia direzione della fotografia (di Claudio Cofrancesco), che ha accompagnato con discreta ma efficacissima contezza, gli spostamenti spesso “impossibili” degli attori e dei loro ambienti mobili, è da mettere nella dovuta evidenza la qualità del montaggio. Esso è stato curato dalla veterana, professionalmente, Paola Freddi: ha plasmato con la “necessaria” stringatezza, movimenti e situazioni di dialogo complesse e difficili, dando chiarezza, energia e fluidità all’insieme. 

 

Francesco Capozzi

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