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Scritto da  Pubblicato in Recensioni Mercoledì, 31 Maggio 2017 12:22

Un produttore nostrano di grande inventiva, ma di pochi mezzi, non privo di una sua cialtronesca, affabulatoria abilità, è alla caccia di fondi per un film che vorrebbe mettere insieme arte pittorica e commedia. Bruno Colella, è il demiurgo di questa opera/operazione cinematografica, che fuoriesce felicemente da tutti gli schemi. E’ un personaggio a dir poco poliedrico. Regista, attore, produttore e perfino scenografo, ha maneggiato in modi avventurosi e trasversali numerosi generi, non avendo paura di confrontarsi, addirittura per la sua prima regia, perfino con un’icona del porno come Moana Pozzi (“Amami”, 92): con risultati di un certo qual interesse. Ha lavorato anche in teatro. Penso che in questo film (ITA,17), abbia messo molto di autobiografico. Il produttore, lo stesso Colella, in coppia “necessaria” col suo fido Sancio Panza, ovvero il suo fedele segretario (il simpatico e mai visto prima Marco Tornesi), un misto tra un angelico, ingenuo, trasognato masochista, che subisce le sue angherie, ma contemporaneamente ne diventa affascinato complice e compare, alla ricerca di finanziatori, vanno in Polonia. E lì presentano un progetto vago e incomprensibile: il produttore (il famoso attore Jerzy Stuhr), difatti quasi non capisce, ma per sganciare gli basta avere nel cast Serena Dream, per cui cova una giovanile, mai sopita passione indomabile per i suoi film scollacciati anni 70: altri non è se non la rediviva Serena Grandi. La quale, per la verità già “riscoperta” da Paolo Sorrentino, riporta qui, con molta ironia, mamma compresa, il suo fascino ampio e terragno, il suo turgido splendore d’antan appena scalfito dall’età. Ma è un pretesto per presentare il primo grande artista contemporaneo: il polacco, di Cracovia, Krzysztof Bednarski, che nel frattempo però si è spostato a Roma, in cui vive per metà dell’anno. Ed ecco che egli è immesso nelle vicende surreali della persecuzione della moglie di un camorrista (una generosa e simpatica Lina Sastri), che vuole a tutti i costi che lui riproduca per il marito il famoso monumento funebre a Varsavia al regista Krzysztof Kieslowski. Ci viene presentato il secondo grande artista, il danese Thorsten Kirchhof, pure abitualmente residente a Roma. Un idraulico (uno squinternato ma realistico Rocco Papaleo) lo avverte che una celebre sua Site Specific, installazione, che sembra un bagno piastrellato, allocata a Padula, è in pericolo, e lui deve corrervi. Lo fa con una vecchia 500 che lo lascia in asso e prosegue con un Ducati Scrambler 150, originale anni 70. In una specie di locanda incontra un fantasma e la sua storia, “presentata” da Nino Frassica, ancora più lunare del solito. Si ritrova a Napoli, alla ricerca di un pezzo di ricambio, viene instradato in un antro misterioso e scavato nel tufo, zeppo di oggetti vecchi e d’antiquariato, dove un travestito dalla voce bellissima, Nicola Vorelli, ha un violento duetto di passione col macho Sebastiano Somma, padrone dell’antro, truccato e innamorato di lui. Questa sequenza ricorda molto un momento narrativo dello splendido “Passione” (10) di John Turturro; del resto prima aveva incontrato Enzo Gragnaniello, anch’egli presente in quel film. A Roma, lo stesso regista, in veste di Virgilio, incrocia il pittore americano Mark Kostabi, pure lui stabilmente qui residente, che, per dribblare l’insopportabile speculazione dei galleristi su di lui, vende direttamente, e talvolta baratta, i suoi apprezzati dipinti. Ad esempio a dei ristoratori di qualità, in cambio di un posto a tavola in perpetuo, finché è vivo. Ciò fa scattare l’ironia di Colella, perché si spiega il senso della domanda che gli fa ogni suo anfitrione all’ingresso: “Si, ma come sta il Maestro?”, con un sinistro doppio senso, quasi menagramo…L’ultimo artista è il malese H.H. Lim, che è sorpreso mentre segue, ipnotizzato dal suo fascino, la bellissima ed elusiva sconosciuta donna (una radiosa Luisa Ranieri). Sono quattro artisti di diversa estrazione culturale: ma tutti, in modi, per quanto diversi e assolutamente personali, compatibili con i canoni, definiti negli anni 80, dal critico Achille Bonito Oliva, della Transavanguardia. Anzi, è proprio lui in persona a darci gli “spieghi” su questi quattro autori; a metterne in evidenza le caratteristiche, con un linguaggio forbito, scientificamente appropriato, eppur chiarissimo. A sviluppare quell’aspetto del “tradimento”, nel senso di confronto/superamento/appropriazione di ogni possibile ed eventuale avanguardia storica precedente; cui, direttamente o indirettamente, questi grandi artisti possano rifarsi, volutamente o subendone il fascino. E che è insito nel rapportarsi con il caos dell’attualità e la sua “impossibile” decifrazione. Questo è un concetto a lui caro, teorizzato nel suo classico “L’ideologia del traditore” (del 76, ma più volte rieditato e arricchito), in cui sviluppando un affascinante parallelismo tra il Manierismo italiano postclassico del tardo 500, e l’arte contemporanea, parla della graduale ma inarrestabile incapacità dell’artista di “spiegare” e controllare il mondo; acconciandosi invece ad assumerne, nella sua descrizione, le ”forme”, ma “tradendole”, magari reinventandole, divenendone un “malinconico” fruitore, nel suo ambiguo rapporto di sudditanza coi mecenati e signorili committenti: oggi il mercato e i Galleristi... Naturalmente, nel film non si parla di questo: ma c’è l’interazione del critico, a mò di interviste tv, cogli autori. Eppure l’effetto straniante che provoca, in queste sue apparentemente strampalate lezioni, è enorme e cinematograficamente assai efficace: perché inaspettato. Ma “ci sta”. Del resto si sa che Bonito Oliva è, oltre a coltissimo, un intrattenitore e un affabulatore quasi ammaliante. E il regista ha saputo mettere bene a frutto queste sue note qualità. Ha saputo adeguarle al contesto generale. Il film si chiude con le pseudo interviste cinematografare alla moda degli attori che vi hanno partecipato: con elegante gioco autoironico confondono ancor di più critici e spettatori. Il miracolo di questo film “helzapopping” è l’aver mescolato, con allegra ma equilibrata torsione di più stili e stimoli, materie quasi magmaticamente intoccabili e tra loro infungibili: arte pittorica sperimentale con commedia; film fantastico col musical; tv con fiction; lezioni dottorali con prese in giro. Tutto all’insegna dell’equilibrio, della miracolosa e autorale visione armonica dell’insieme, raggiunta attraverso l’apparente disarmonia, con l’eleganza delle sue singole parti; in un clima di leggerezza generale. Fa pensare alle funamboliche capacità dei grandi giocolieri dell’Opera di Pechino: tenere magicamente librati e felici nell’aria, molti e disparati oggetti contemporaneamente. Eccellente e adeguata la fotografia dello sperimentato Blasco Giurato, che ha spesso collaborato con Colella. Spira dal film un vento di simpatia, allegria e di intelligenza che lo rende davvero inaspettato e rimarchevole.  

 

Francesco Capozzi

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